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L’ossessione del passato.
In Italia sia ha sempre la strana sensazione che tutto sia ciclico e che prima o poi qualcosa avvenuta nel passato possa ritornare, nel bene come nel male: così il Fascismo si attendeva il ritorno dell’Impero Romano (e conseguente Pax), gli anti-democristiani il ritorno dello Stato Papalino, i giornalisti di sinistra il ritorno del Fascismo.
Mi sovviene adesso quella bella frase dei Monthy Python, “Nobody expects the spanish inquisition” (“Nessuno si aspetta l’inquisizione spagnola”): la storia non si ripresenta mai uguale e sicuramente non come noi ci aspettiamo che possa presentarsi.
Il beneamato Cavaliere Mussolini, ancorché essere il Duce del Fascismo, fu un arcigno socialista, in lotta contro i padroni egli sfruttatori che affamavano i contadini nella sua campagna emiliana, al punto tale da essere costretto ad emigrare in Svizzera (dove continuerà la sua opera di socialista militante a favore dei meno abbienti); tornerà poi per dirigere il giornale del partito socialista (l’Avanti!) ed essere eletto in parlamento tra le fila dello dallo stesso.
L’avvento del Partito Fascista, quindi nasce da una storia di sinistra socialista, in contestazione allo strapotere piemontese giolittiano, che aveva condotto il Paese a innumerevoli problemi e anche a una sfortunata guerra coloniale: quello in cui degenerò è noto a tutti.
Negli ultimi 60 anni ci siamo sempre preoccupati di evitare un nuovo avvento del Fascismo in Italia, affannadoci con leggi transitorie (poiché sarebbe stato immorale legiferare ordinariamente su ciò che la gente debba pensare o meno), condanne, articoli e atteggiamenti osteggiatori, come se ad ogni momento si riproponessero le stesse condizioni storico-politiche per il ritorno di un partito egemone che si imponga come dittatorio nei confronti del Paese.
Molti che hanno visto in Forza Italia e in Sivlio Berlusconi il nuovo Duce del Fascismo, applicando ignorantemente canovacci giornalistici ben noti, utilizzati per lo più da sfaticati che non hanno abbastanza immaginazione o capacità elaborativa da pensare a possibili scenari alternativi.
Uno dei casi più divertenti (o almeno lo sarebbe, se non fosse il tragico esempio del moyen de faire italiano) è quello di Giorgio Bocca: militante ultra-fascista, aderente al Manifesto della Razza (che condusse presto all’emanazione delle Leggi Raziali), alpino volontario per combattere a favore del fascismo, impiegò dieci minuti, subito dopo la firma dell’armistizio, per rinnegare tutto quanto fatto fino ad allora e farsi ricordare come partigiano, avendo così la patente per dar sentenze. Gente così si erge a vate, pretendendo di prevedere cambiamenti storici (basandosi sempre sui canovacci di cui sopra) che non si avverano, e accorgendosi della fine di un’epoca o l’inizio di un’altra solo al momento in cui il cambio avviene.
Per questo motivo nell’ultimo decennio l’avvento di un partito come quello Italia dei Valori non ha preoccupato molti, visti anche i numeri ridicoli e il suo marginalismo all’interno del blob di sinistra, che aveva al suo interno componenti più organizzate, radicate e importanti (Comunisti e Verdi per esempio). A seguito delle elezioni 2008, grazie alla legge Porcellum, il partito di proprietà di Antonio Di Pietro si è imposto su tutti i rivali medio-piccoli di sinistra, spazzandone via un bel poco e accreditandosi quale unica alternativa antagonista al Duce Berlusconi.
A guardare il dito che indica la Luna, si guarda il dito e si perde di vista la Luna, dice un vecchio detto popolare siciliano (tradotto per semplicità in Italiano): allo stesso modo, spaventati da piccoli gruppuscoli sparpagliati di neo-fascisti e neo-nazisti, inneggianti a Mussolini, alle leggi razziali, contro negri ed ebrei, abbiamo perso di vista cosa stava accadendo, rischiando di non vedere l’emersione di un partito minaccioso come quello dipietrista.
Eppure nessuno l’aveva previsto e nessuno se n’è preoccupato, poiché nessuna legge e nessuna sentenza aveva fatto pensare al pericolo dipietrista: adesso quel pericolo di profilo innanzi ben visibile e riconoscibile e rischia di farsi più grande, incombente e minaccioso, visto il nuovo assetto politico italiano, che come detto ha visto la scomparsa di parecchi partiti radicali rivali del buon Tonino. Ma si sa che Nessuno di aspetta l’inquisizione spagnola: purtroppo la tragica situazione economica (stipendi bassi, prezzi alti, inflazione cavalcante, criminalità in crescita ed immigrazione in costante aumento) impone la perfezione al Governo Berlusconi, visto da molti come l’ultima ancora prima di derivare verso il populismo dipietrista incalzante.
Quanto pesano le scelte nel passato sulle nostre spalle.
Di quando in quando mi ritrovo a vivere all’estero, immerso in crogioli di razze, culture e differenti nazionalità: ogni volta finisco con l’essere il centro dell’attenzione delle discussioni politiche di ognuna delle persone che incontro. Mi piacerebbe potervi dire che questo avviene perché io sia una persona particolarmente interessante o per la mia dialettica avanzata, il che andrebbe a magnificare il mio ego già abbastanza vasto: purtroppo ciò avviene solamente dopo l’apprendimento da parte del mio interlocutore della mia provenienza.
Esiste infatti una sorta di benevolo pregiudizio nei confronti degli italiani, che sono visti come amabili farabutti e gente inaffidabile: “Italiani brava gente … [hanno vinto con noi una guerra iniziata contro di noi]” ebbe a dire il noto statista Winston Churchill, in una delle sue classiche freddure, che instaurò da quel momento il detto che ancora oggi noi stessi utilizziamo per definirci.
Ed infatti il nostro modo di fare è costantemente orientato all’indeterminatezza, ondivaghità e incoerenza a partir dai macrosistemi politico-economici fin ad arrivare agli atteggiamenti quotidiani di ognuno, cosa che in tanti osservandoci fanno notare (alle volte anche con eccesso di zelo e spirito accusatorio).
Non essendo un amante degli eccessi (sebbene alle volte possa sembrare il contrario), non voglio spingermi all’uniformazione al pensiero unico corrente, che vede nell’efficienza tout-court un vanto e una conquista di modernità, ma non posso esimermi nella critica di comportamenti spesse volte contrari al comune buonsenso del padre di famiglia (concetto ben noto agli studenti di giurisprudenza, ma desueto anche nel concetto all’uomo moderno), condannando quelle manifestazioni patologiche della natura del pensiero italico [e mediterraneo in genere].
Ricercare una ragione o una causa unica di tali comportamenti, così da poterla estirpare dal ventre malato della nostra nazione e dare nuova vita al corpo della popolazione italiana, è quantomeno impossibile: non esiste infatti una sola causa scatenante di tali atteggiamenti, della cultura sociale che vi è alla base, né tantomeno della mentalità che l’accoglie e fa prosperare.
L’Ambasciatore Sergio Romano, nella sua apprezzabile opera Storia d’Italia dal Risorgimento ai nostri giorni, analizza bene come con la nascita dell’Italia non nacque al contempo un modello culturale italiano, data la grande frammentazione politica esistente nella penisola (e isole limitrofe), originata dalla concezione di essa quale terra di conquista e sfruttamento da parte di grandi superpotenze (quali quella Austro-Ungarica al Nord-Est, Francese nel Nord-Ovest, Papale al Centro e Borbonica al Sud e in Sicilia).
Per più di un secolo ci siamo illusi che l’opera di unificazione politica attuata forzosamente da Garibaldi potesse sanare tale divario socio-culturale (che al tempo non vedeva prevalere nessuna delle parti in questione, le quali oggi mostrano un grande gap in tal senso), imponendo figure forti e unificatrici che agissero da catalizzatrici di consenso e spirito unitario.
Eppure il paradosso storico che ci avvolge nella sua spira stritolatrice ci ha visto sempre essere cadere preda del fascino di figure quasi mitologiche (da Gaio Giulio Cesare Claudiano Germanico, passando per il citato Giuseppe Garibaldi, arrivando a Benito Mussolini, fino al più contemporaneo Silvio Berlusconi), capaci di ammaliarci con la forza del loro carisma e imporre scelte radicali e di rottura, subito sconfessate dopo poco, ma mai fuoriere di insegnamento per generazioni o successive che, come GB Vico amerebbe dire, nei “corsi e ricorsi storici” ritornano ad acuire tutti i nostri difetti e le nostre debolezze.
Questi ondeggiamenti in fine hanno condotto alla mancanza di una comunità di pensiero nazionale, financo a ritenere talvolta la totale inesistenza di una nazione italiana propriamente detta: la lista degli avvenimenti salienti, dai tempi delle popolazioni proto-mediterranee sino ad oggi, sarebbe solo un elenco nozionistico di fatti storici che dimostrerebbe quanto detto.
Quando nelle discussioni con amici stranieri mi soffermo sulla questione della nazionalità, spesso uso negare la mia origine Italiana, definendomi Siciliano (aggiungendo anche “cosa ben peggiore che essere Italiano”), affrettandomi a chiarire alcuni punti salienti di differenza tra la mia cultura isolana e quella di altre regioni, ben sottolineando le distinzioni tra le varie culture esistenti in Italia e affermando una mancanza di un’unità nazionale. In effetti, quando ragiono sulle mie origini e sulle origini del mio pensiero corrente, non riesco a vedere similitudini con quelle di un ragazzo della mia età, che abbia attraversato tutte le fasi storiche nazionali che anche io ho vissuto, il quale sia nato e cresciuto a Roma o Milano e, benché la massificazione della comunicazione quotidiana, fatta di pubblicità usuranti, frasi usurate e immagini desolanti, abbia fatto di noi due fratelli in disgrazia, non me lo fa comunque ritenere un fratello d’Italia.

