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Un bel viso. Niente di più.
Sono nato negli anni ottanta, tempo di boom economico mondiale, fomentato dal reganismo esasperato, il tatcherismo di maniera e i bruschi eventi della storia, che proprio in quel periodo hanno cambiato il secolo appena in procinto di terminare. Non mi spingo, come molti retorici hanno fatto in passato e, non mi illudo, faranno in futuro, a ritenere che quei mitici anni ottanta abbiamo cambiato il corso della storia, poiché a ben vedere, ottantanni di guerre, tumulti, rivoluzioni e restaurazioni non sono nulla nel computo totale della storia, che consta di millenni ben più interessanti.
Nonostante tutto, però, molto è successo in quel lasso di tempo ristretto che chiameremo secolo ventesimo; su un passaggio, breve ma significativo, comunque vorrei soffermarmi in questa sede, velocemente, per poi ritornare al giorno d’oggi: avvento, incombenza e fine di John Fitzgerald Kennedy.
Del personaggio ormai si sa tutto, si è detto tutto e scritto di tutto: probabilmente l’effige POP più significativa del secolo passato (non mi maledicano gli altri illustri ed esimi, che non sono assurti a tale altare, nonostante i rispettivi successi nei rispettivi ambiti).
Ritirare fuori la figura del fu Presidente degli Stati Uniti d’America anni ‘60 è il pretesto per discorrere delle dinamiche assurde che portarono alla elezione di questo personaggio di dubbia fama, nonostante quello che la storia benevola e gli assassini rimorditi hanno tramandato.
Avessi potuto scrivere io la didascalia sotto la sua immagine negli annali pubblici, sicuramente avrebbe recitato:
Nato da una famiglia di origine irlandese, ebbe un padre dedito al contrabbando d’alcool durante gli anni del proibizionismo, riciclatosi in politica con l’acquisto di un seggio al senato. Partito in scampagnata per la guerra, casualmente venne ferito e ritornò in patria da eroe. Tra una serata e l’altra a spasso con il Rat Pack e un’orgia e l’altra in quel di Las Vegas, entra in politica e si fa eleggere grazie ai voti degli amici mafiosi suoi propri e di suo padre. Eletto prima senatore e poi presidente, conduce una vita votata agli eccessi e spesso si trova in condizioni fisiche e psicologiche incompatibili con le cariche che ricopre. Muore assassinato a Dallas, durante un viaggio elettorale: il caso è tuttora irrisolto.
Il popolo americano ai tempi della sua elezione era innmorato di quel bel giovanotto, dall’aria sana e il bel viso accattivante, con una moglie e una famiglia perfetta e un cattolicesimo santificatore. Lo elesse presidente. Gli anni in cui JFK (o anche Jack) hanno rappresentato il punto minimo del prestigio e della potenza degli Stati Uniti d’America, benché su questo aspetto della sua presidenza si sia spesso sorvolato: la decisione di entrare in guerra in Vietnam (erroneamente attribuita ai repubblicani, che invece con Nixon chiusero l’esperienza), la crisi della Baia dei Porci, la crisi dei missili a Cuba, i rapporti malavitosi dello stesso presidente con mafiosi riconosciuti (Joe Bonanno, Sam Giancana e ahimé Frank Sinatra). Questo quadro disastroso portò alla fine al suo omicidio, probabilmente deciso per eliminare un ramo secco dell’apparato statale, che rischiava di compromettere, in un clima di guerra fredda che poteva in ogni istante di degenerare, gli equilibri di forza delle due super-potenze mondiali.
Poiché la storia è ciclica, e tende a ripetersi, modificandosi ad ogni iterazione, gli americani hanno di nuovo eletto un giovane e bell’uomo, Bill Clinton, che con il suo charme e il suo laissez faire in politica estera ha permesso la proliferazione delle organizzazioni terroristiche (Al Qaida è solo la più reclamizzata, ma neanche la più pericolosa), alimentate dagli orfani delle guerre segrete in Afganistan, Iraq e Sudan, che in seguito si sarebbero imposte sulla scena subito dopo. Furono anche anni di benessere economico, alimentato dalla mancanza di sorveglianza e dal minimal state, prodromiche dell’esplosione della bolla speculativa tecnologica (sulla quale i democratici clintoniani avevano investito politicamente tutto) e la valanga di fallimenti di svariate compagnie aeree.
Eppure, nonostante la sbornia di voti e di consensi ottenuti dal buon Bill nei suoi anni di presidenza, anche lui ha rischiato di essere assassinato, quanto meno politicamente, dallo scandalo più comico (e a tratti deprimente) della storia della politica mondiale: una serie di amanti a raffica, scopate a destra, manca e addirittura nella sala ovale, in un tempo in cui il puritanesimo la fa da padrone.
Eppure, mai domi e mai sazi, gli americani (e i democratici in particolare) sono irresistibilmente attratti dal fascino di un bel viso e di un bel corpo: “tanto quello deve solo stare seduto in poltrona [e fare qualche discorsetto ogni tanto]“. E così siamo arrivati al buon Barack [Obama]: l’espressione di tutta l’utopia post-Jacksoniana (ctr, Jesse Jackson fu candidato alle primarie democratiche per le elezioni presidenziali, primo nero nella storia americana), ammantato di belle aspettative, fornito di bel viso, sorriso e voce, con il full-optional di una bella famiglia.
Quando un paio di anni fa ancora si discuteva tra gli amici su chi sarebbe stato il candidato democratico alle elezioni presidenziali del 2008, tutti si lanciavano su nomi come Rhodam Clinton, Gore o Edwards. Sebbene sconosciuto ancora, e poco importante politicamente (essendo ancora adesso un senatore junior), subito identificai quel ragazzone promettente come il candidato ideale e lo sponsorizzai, divenendone il campione nelle discussioni presso i miei amici. Due anni dopo effettivamente Barack è divenuto il candidato democratico alla presidenza e gode del favore (in diminuizione, bisogna dire) dei sondaggi e della stampa. Come una rock star lancia proclami, tiene discorsi che sembrano happening rockettari e si circonda dello star-system che lo supporta.
Eppure pochi sembrano rendersi conto del momento difficile e della scelta inopportuna di una candidato debole come Obama: la Russia dopo anni di povertà e miseria, che ne avevano limitato le mire imperialistiche, rialza la testa, forte di un nuovo stato di benessere capitalisticamente perfetto, che la mette al controllo di petrolio e gas, guardando a tutti quegli Stati limitrofi che ebbero l’ardire di andare per la loro strada quando la Grande Madre se la passava male, riprendendo il progetto di espansione politica e territoriale interrotta dopo il famigerato Crollo del Muro.
Mala tempora currunt: siamo ad un passaggio storico cruciale, stretti tra russi e terroristi e rischiamo di essere guidati da un Leader del Mondo Libero (come i media amano rappresentare il Presidente degli USA) eletto da un popolo di teledipendenti, ammaliati da Ophra, Ellen, Sally e altre comari, più interessato ad avere un divo dal sorriso lucente e il cofano splendente, più che da un rozzo comandante che porterà a casa la pelle per un’altra sera.


