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Capisc’

Il terrorista rosso Cesare Battisti, modello dell'ingiustizia italiana, secondo francesi e brasiliani
La bellezza della generalizzazione sta nel fatto che con pochi, semplici, concetti e scarse parole si può definire un intero contesto, sia esso un gruppo di individui, situazioni, ma più spesso (alle volte odiosamente) popoli sconosciuti: si va dei neozelandesi, conosciuti solo per l’haka, ai francesi noti per le baguettes, e naturalmente gli italiani, con la a pizza, il mandolino e la Mafia sotto braccio.
La spietatezza fredda e razionalizzatrice, tipica dei popoli sassoni, abituati da millenni a dividere pragmaticamente e barbaramente in due ogni realtà, ha abituato il mondo intero a non approfondire più nessuna conoscenza, anzi ad ogni giudizio di merito.
Quando da bambino andavo negli Stati Uniti trovavo alquanto strano che la gente autoctona (e a St. Louis la gente è indigena sul serio) si sentisse in dovere di biascicare quattro suoni che non risconoscevo: “capisc’! capisch!”. Sorridendo, soddisfatta dello sfoggio di cultura che aveva potuto sbattermi in faccia, sebbene io (per quanto ricordi ad oggi) nemmeno riuscissi a capire cosa stesse sillabando o significando.
Cresciuto un poco ancora, mi sono comunque scontrato con simili fatti, quando in Svizzera mi son sentito dare del mafioso da alcuni arabi miei compagni di stanza del colleggio, più come un complimento che come insulto: gli Italiani (ebbene, non potevano nemmeno immaginare le differenze intercorrenti tra un Siciliano e un Italiano) son tutti fieramente mafiosi, a loro giudizio, vieppiù se si chiamano Provenzano, tanto quanto per alcuni di noi tutti gli arabi sono fieramente terroristi.
Non posso negare che in molte generalizzazioni risieda una radice di verità, tanto più che il fatto che si applichino a noi stessi ci fanno irritare immediatamente, segno che un nervo è stato toccato: è tanto più vero, però, che non dalla radice, ma dalla foglia si giudica un buon raccolto (come il mio buon padre contadino potrebbe confermare).
In questi giorni, dunque, ho sentito sproloqui sulle televisioni di mezza europa (seguo abitualmente TVE, France24 e TF1) sul popolo italiano e sulla pervicace nostra voglia di sangue, di quei poveri combattenti per la libertà che furono i PAC, i NAR e le BR, oggi profughi in Francia o Brasile, essendo noi tutti dei terribili fascisti.
Ho subito, quasi per una forma di masochismo psicologico, le interviste a personalità della cultura francese (bene o male, gli omologhi transalpini della nostra intelighenzia ignorante nazionale d’esportazione), alla ricerca di frasi d’effetto che facciano parlare di se, sfruttando momenti sconosciuti di una storia complessa, di un Paese complesso, che per loro altro non è che un esercizio stilistico e ludico.
Ho pregato che qualcuno dei nostri esponenti politici ribattesse a tono, chiedendo loro (anche in maniera generica) come considerassero il Front Nationel Algerien, il Service d’Action Civique, ovvero l’Action Directe (per essere bipartizan nella citazione anche dei gruppi terroristici francesi): avrebbero mai accettato che qualche attore o scrittore italiano si schierasse apertamente a favore di uno dei suddetti gruppi, che portarono morte e distruzione nella Francia degli anni ‘60-’80?
Dovrei realmente non curarmene, ciniscamente riducendo il tutto alle sciocchezze di ricchi annoiati (un poco come molti dei comunisti d’oggi giorno, ma anche d’allora) o nostalgici tragi-comici, eppure non riesco: la simpatia, la tolleranza e persino condivisione di ideali folli, che hanno mostrato le evidenti fallacità anacronistiche, non solo in Italia (ricordate Der Baader-Meinhoff Komplex in Germania, The Weatherman negli USA, o ETA in Spagna), sta rischiando di leggittimare il ritorno a certe forme estreme di contestazione, basate per lo più su assunti falsi.
Le rivendicazioni dei movimenti rivoluzionari degli anni post-bellici, infatti, erano quelle di popoli presuntamente oppressi da regimi dittatoriali fascisti, eletti in base a elezioni irregolari: oggi, più che allora, tali basi ideologiche (ma vorrei più correttamente chiamarli “deliri”, fomentati per strumentalizzarli a fini politici) sono mancanti.
E’ vero, invece, la mancanza totale di ideali della gioventù moderna, assalita dall’apatìa consumistica, che riduce l’essere umano al rango di consumatore, per sfuggire alla quale, inconsapevolmente o meno, si rincorrono vecchi slogan desueti, involontariamente perpetuando lo schema consumistico dal quale si tenta di evadere (laddove la protesta, anche violenta, viene ridotta a una semplice moda da seguire, più che a un’espressione di ideologie).
Ma l’Italia è questo, stando ai nostri cari amici francesi: pizza, mandolino, mafia e terrorismo… Capisc’!
Come ritrovare la fede in due ore
Ultimamente mi sono dedicato parecchio al tema religioso, affrontando il conflitto tra le tre dottrine monoteistiche in atto in Europa, analizzando la situazione della Chiesa Cattolica, o dando addosso all’Islam. A dispetto del titolo, però, questo articolo non sarà circa la fede propriamente detta, bensì quella che molti militanti politici, tra le cui fila mi annovero di malavoglia, hanno nei confronti di un partito o di un’ideologia filosofico-culturale.

Giovani comunisti in corteo: portano fieramente la bandiera di una nazione distrutta dalla povertà e miseria che la loro ideologia ha portato, una volta applicata alla vita reale
Chi ha fatto politica attivamente, infatti, può comprendere come molti interessi personali, famigliari o di categoria prima o poi cominciano a svanire, coperti da quel sentimento che cresce nel petto di appartenere a uno schieramento di fazioni in lotta per il salvataggio della propria nazione: per molti, prende le forme di una discesa in guerra.
Ma, come in guerra, le truppe che formano le fila di un battaglione che fronteggia un esercito avverso devono essere ben motivate e votate anche alla morte pur di prevalere: negli ultimi tempi, con la caduta del pensiero ideologico politico (il cosiddetto postideologismo) e il prevalere di interessi economici su quelli filosofici e culturali, la motivazione delle truppe di entrambi gli schieramenti che si fronteggiano in Italia (PD e PDL) si è parificata a quella dei mercenari che combattono per un signore che paga bene, ma che sarebbero pronti a tradirlo il giorno stesso, qualora ricevessero una migliore offerta.
In siffatto ambiente, le mie convinzioni hanno iniziato a vacillare, devastate dal senso di delusione nel constatare la quasi totale mancanza di alcuna motivazione ideologica nella gran parte dell’Italia, appalesata dal consenso vasto dato alle fusioni fredde avvenute tra post-comunisti e cattolici oltranzisti a sinistra e post-fascisti e quell’insieme informe di ex socialisti, democristiani, liberali, repubblicani (e chi ha più sigle da aggiungere lo faccia, vista l’eterogenità), rappresentato da ForzaItalia, contraddicendo palesemente tutto ciò che si era propagandato per decenni, fino addirittura a qualche mese fa.
Lo smarrimento era tanto e l’animo crepato da molteplici scosse alle certezze granitiche che per anni avevo avuto: come un cane ferito mi aggiravo, immaginariamente, tra la gente che un tempo chiamavo nemica e che oggi rappresentava il mio alleato in guerra.
Al tramonto di ogni convinzione, mi sono finalmente imbattuto in un gruppo di comunisti arrabbiati (loro stessa definizione), i quali tra uno slancio di utopia e degli insulti disordinati, ha operato una grande opera di restaurazione del mio fervore politico.
Quel giorno ho passato circa due ore di una mattina piovosa e turpe a discutere sui temi dell’immigrazione, delle religioni, dell’economia e del lavoro: ho infine ricordato perché, ormai quindici anni fa (a 13 anni), entrai in politica attivamente e sono ritornate vive quelle emozioni che ormai avevo dimenticato, superate dalle situazioni opportunistiche, dal moderatismo; ho ricordato una frase di Giorgio Almirante, personaggio ridotto ormai a semplice simbolica figura retorica nei discorsi con i capi della Destra (o di ciò che miseramente ne rimane) per tenere stretti a se i nostalgici, che recitava più o meno così: “se ad un certo punto della tua vita cambiano le tue idee, o non valevano niente le tue idee o non vali niente tu come uomo“.

Immagine umoristica sui tre principali filosofi del communismo (Marx, Engels, Lenin): la loro visione utopistica e oltranzista ha distrutto ogni nazione nella quale è stata applicata
E quella mattina un’epifania mi ha raggiunto e fulminato. Per molti anni ho studiato in una scuola cattolica di tendenza sinistroide (i cosiddetti catto-comunisti), per poi passare in un liceo del tutto comunista, all’interno del quale in pochi eravamo a sostenere le ragioni della Destra e venivamo presi per pazzi (come rappresentante d’istituto le ho prese più volte dai più esagitati, che non volevano si esprimesse un parere contrario al loro): per un buon quindicennio, quindi, ho vissuto in una condizione di quasi inferiorità culturale, arrivando a maturare io stesso un complesso di inferiorità rispetto alla grande intelligentia comunista, che citava Marx, Heideger, Kant e Gramsci, laddove io non avevo appigli culturali ai quali aggrapparvi, non essendo Plebe, Gentile, D’Annunzio o anche solo De Felice, insegnati nelle scuole che avevo frequentato.
Eppure, in due ore sono riuscito finalmente a capire ciò che in molti anni non mi era stato chiaro: cioé che quella gente, così aggressiva, falsamente preparata e massicciamente indottrinata, non era nientaltro che una massa di poveracci, i quali non sapevano con chi prendersela per la loro misera condizione, e nello smarrimento più totale avevano costruito tesi di complotti, le più mirabolanti, pari a quella sionista dei Savi di Sion.
E infine ho capito di essere nel giusto, di essere l’ultimo baluardo contro la presa del potere di gente che condurrebbe la mia Patria alla morte certa, soffocata da un ammasso informe di utopie e ideologie fantastiche, fortunatamente mai applicate in Occidente.
Ho colto il loro egoismo fondamentalista, che non mira in alcun modo a stabilire un sistema migliore, non prende in considerazione l’universo del possibile, ma cerca di applicare, facendo ricorso a teorie vetuste e sconfessate dalla storia, che possano dimostrare la loro superiorità, in spregio di tutti gli altri: poveri uomini e donne alla ricerca di un orgasmo intellettuale interrotto dal sopraggiungere della realtà.
Se anche voi che leggete, ad un certo punto, avete perso la speranza e vi siete arresi al nichilismo imperante e alla prevalenza degli interessi economici sulle vostre idee, posso solo consigliarvi di immergervi in un contesto avverso, non importa di quale orientamento: nel combattere per non essere sopraffatti ritroverete voi stessi, o capirete di essere stati uomini da poco.