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Sovvertire il sistema

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Il Senato Romano: prototipo del sistema democratico oggi viggente in Occidente

Erodoto incise nella storiografia una codifica dei sistemi di governo e delle relative degenerazioni: secondo tali principi, Roma, nel periodo di massimo splendore pre-Augusteo, incarnava tutti e tre i sistemi virtuosi da egli descritti (i consoli, quali rex, il senato oligarchico e i tribuni espressioni della democrazia popolare).
Seguendo tali principi, per millenni (salvo sporadici e, nel computo generale, poco incisivi momenti di pausa) il mondo Occidentale si è costituito e formato, sviluppando diversi e sempre nuovi sistemi di governo e gestione delle fortune di popoli e Stati, nel mantenimento di un potere superiore su gran parte del mondo conosciuto.

In tal senso, l’Europa ha conosciuto vari periodi di colonizzazione culturale, militare, religiosa ed economica, dal tempo dell’Impero Romano, passando per i Conquistadores spagnoli, sino alle ere napoleonica, vittoriana e americana (in quanto estensione social-culturale).
All’interno di tale alveo molteplici sviluppi sociali sono avvenuti, che hanno migliorato le esistenze delle generazioni che li hanno elaborati e alimentati, lasciandoli in eredità a quelle successive, monito di un’evoluzione da continuare e conservare.

I giorni che stiamo vivendo, però, drammaticamente ci dicono che tale processo evolutivo sta, lentamente, gradualmente, ma inesorabilmente, per sovvertirsi; anzi ha iniziato da qualche tempo a invertire il senso di marcia.

Forti della vittoria su sistemi totalitari anti-democratici, quali quelli nazista, fascista e comunista (l’ultimo a morire, più per stanchezza e vecchiaia, che per mano di alcuno), abbiamo beatamente appoggiato le nostre ricche natiche su una poltrona IKEA, davanti al televisore al plasma d’ultima generazione, ignari, inconsapevoli o non curanti di ciò che stava avvenendo intorno, avidi di altri beni e ritrovati tecnologici al minor prezzo possibile.
L’avidità estrema, la competizione e la furia, create da un sistema economico, quello statunitense, povero di storia e incurante del futuro, hanno stressato sempre più la richiesta di beni e servizi, nel più dei casi generando la necessità di essi, laddove non ve n’era nemmeno la necessità.

Barack Obama, il Presidente della "Svolta"

In molti bollarono il libro di Naomi Klein (No Logo) come l’opera di una comunista (o peggio, anarchica) utopista, da evitare come la peste, buono solo per alimentare le teorie complottiste internazionali: io stesso, dopo averlo letto, l’ho regalato a un mio amico, non ritenendolo degno di far parte della mia biblioteca.
A molti anni di distanza, con molti di essi sulle spalle e l’esperienza che comportano, posso dire quanto fossero reali le preoccupazioni e gli allarmi lanciati circa un lavaggio del cervello direzionato al consumo di prodotti inutili e superflui.

Eppure, questa smania consumistica ha condotto, nell’arco d’un quindicennio scarso, alla totale disumanizzazione del prodotto e del consumatore, alla ricerca del minor prezzo di vendita possibile, perché le masse potessero permettersi ciò che i signori fino a pochi anni prima si eran permessi (spingendo a loro volta i signori a ricercare nuovi lidi non contaminati dalle masse).
Ciò ha causato il fenomeno dell’outsourcing: un termine un tempo ignoto ai più e oggi tristemente noto, che  implica l’esternalizzazione della produzione a sub-appaltatori con mano d’opera a costi inferiori.

Istituto americano quello dell’outsourcing: sicuri di poter controllare popoli poveri, ignoranti e assoggettati da governi autoritari, con i quali le multinazionali stringevano convenienti affari, hanno creato un nuovo modello economico, che pian piano è arrivato a fagocitare l’essere che lo aveva generato.

L'onnipresente ritratto di Mao, sopra l'ingresso della Città Segreta di Pechino

In questo senso si deve intendere la poderosa ascesa della Cina, ormai seconda economia mondiale: distruggendo ogni record di crescita fin qui, è ascesa follemente ai vertici del mondo, acquisendo di conseguenza un potere politico mai posseduto in passato; ciò grazie all’assenza di regole circa il trattamento equo dei lavoratori, la presenza di un unico sindacato compiacente, la vacuità delle leggi sulla concorrenza industriale e lo spropositato numero di abitanti miserabili, pronti a lavorare per una paga da fame anche quattordici ore al giorno.

Dall’altro lato del ring, un Occidente stanco, rilassato, colpito duro dal suo stesso modello economico collassato, il quale risponde delegando agli Stati Uniti d’America la guida, che essi mal riescono a gestire, offuscati dalle necessità dell’oggi, più che rischiarati dalle prospettive del domani.
L’elezione di Barack Obama è stato un segnale al mondo di grande impatto, anche se nel verso contrario a quello sperato da tanti benpensanti, buonisti e liberatori di schiavi che si nascondono nei salotti dei signori. Un’uomo nuovo, senza alcuna esperienza concreta e senza appoggi politici saldi, si sta rivelando un fuscello che facilmente viene scosso dal soffio del vento cinese, incassando rifiuti su rifiuti (dalla richiesta di un aumento del valore dello Yuan, alla politiche sul clima, alla preservazione del diritto industriale), ergendosi a simbolo di un mondo in declino che ha scambiato il bene della democrazia con una spilletta colorata.

Stiamo assistendo quindi al sovvertimento di un sistema social-culturale perpetrato da millenni e che ci ha condotti dove siamo adesso: la democrazia lascia spazio alla dittatura economica.
L’Occidente ha infatti due sole alternative per sopravvivere: rinchiudersi in se stesso, costringendo il blocco BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) a far lo stesso, ovvero adottare il modello anti-democratico, che sta vincendo sul nostro, alla ricerca di prezzi di produzione sempre inferiori.

Scritto da Antonello Provenzano

21 gennaio 2010 alle 4:02 am

Paura gialla

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Il presidente Mao Zedong, visto da Andy Warhol

Il presidente Mao Zedong, visto da Andy Warhol

La recente crisi economica, alimentata da artefici finanziari di cui tutti ormai, seppur per larghi tratti e senza nessun dettaglio specifico, siamo a conoscenza, ha devastato il nostro modo di vivere (il lifestyle, lo definirebbero gli americani), riducendo le nostre solide certezze d’un tempo in macerie fumanti.
Il sistema attuale, iniziato (come molte delle cose cattive dell’era moderna) negli Stati Uniti d’America, seguito alla fondazione, da parte dei maggiori banchieri dei primi anni del secolo decimo-nono (J. P. Morgan, Rockefeller e i fratelli Solomon, guidati dal senatore Aldrich),   della Federal Reserve, ha mostrato il suo lato fallimentare più e più volte: il fomento di guerre con scandenza decennale, allo scopo di risanare più che arricchire le casse di istituzioni finanziare sempre sull’orlo del baratro, ne è solo la visibile zincaglia. Per colpa di tale sistema,  si è avuto il fenomeno conseguente della mondializzazione, ancor prima della globalizzazione (mirabilmente descritta da Naomi Klein in “No Logo”): l’esportazione di conflitti ed interessi su scala mondiale, per il maggior profitto e la maggiore necessità di economicità.

Personalmente ho perso il conto del numero di crisi, bolle, crack che in un secolo di finanza americana si sono verificate: sebbene quella attuale e quella del ventinove siano le maggiormente visibili, molte e molte altre le hanno precedute (anticipandole, in alcuni casi) e seguite, portando in alto o in basso la nostra società occidentale. Sicuramente posso dire di essere testimone della più grave e più seria crisi economica della mia epoca.

La mondializzazione dell’economia ha avuto anche i suoi effetti benefici, sebbene non per gli europei e per la cultura occidentale, propagandata per secoli come il modello sul quale calibrare tutte le altre. Infatti nazioni, le quali ancora una diecina d’anni fa avremmo considerato appartenenti al terzo mondo economico e culturale (quali Brasile, Vietnam, Nigeria, Pakistan, India e in particolare Cina) oggi assurgono alle posizioni di grandezza che una volta competevano a poche nazioni europee e nordamericane, imponendo nuove leggi, regole e modelli.
Scimmiottando il metodo italiano post-bellico, basato sull’estream povertà,  assenza di regole, qualità e bassi costi di produzione e vendita, questi nuovi giganti dell’economia mondiale stanno distruggendo il sistema produttivo al quale eravamo abituati da qualche decennio.

Effetti collaterali meno piacevoli, che si accompagano al piacevole ridursi dei costi di molti prodotti di largo consumo (giocattoli, telefonini, elettrodomestici, abbigliamento e altro ancora), sono naturalmente la perdita del potere contrattuale che ormai inesorabilmente colpisce i Paesi occidentali (Stati Uniti d’America su tutti), un tempo egemoni, circa temi fondamentali quali economia, clima, risorse energetiche.
In quanto europei, abbiamo patito nel trascorso mezzo secolo la sudditanza politico-economica derivante dalla sconfitta nella seconda guerra mondiale, nei riguardi di americani e russi: di recente stiamo cercando di metabolizzare il declassamento a sudditi di cinesi, arabi e brasiliani, i quali, facendo leva sulla nostra vena consumistica, mirabilmente importata insieme alla democracy, ci ha reso loro schiavi, laddove non si accetta più di pagare qualche euro (nell’ordine delle diecine) in più per acquistare beni futili e ludici.

Così avviene che colui il quale per decenni era stato visto quale l’uomo più potente del mondo, il leader del mondo libero (come amabilmente la propaganda nazionalista lo ha dipinto in testi e pellicole), il Presidente degli Stati Uniti d’America, si debba recare presso un governo dittatoriale (lascio l’analisi del paradosso di essere il leader della democrazia mondiale che viene comandato da una dittatura a gente migliore di me) per pietire concessioni, ricalcando l’immagine dickensiana dell’orfanello Oliver Twist che con la ciotola in mano chiede “signore, ho fame: può darmene un altro poco [di cibo]?”; e costretto ad accettare rifiuti senza poter protestare.
E sotto la punta , tutto il resto dell’Iceberg: nessuna trasmissione televisiva, nessun articolo, nessun saggio, nessuna divulgazione pubblica, deve descrivere le condizioni di vita, le pecche e le manchevolezze, le slealtà e tattiche commerciali immorali attuate da tali Paesi: non si voglia si possano irritare, tirandoci il guinzaglio corto al punto di strangolamento.

Grazie democrazia per avermi ridotto al rango di servo: la libertà mi ha obbligato a spendere per acquisire cose di cui non necessitavo; la cosa mi ha reso schiavo del possesso; il possesso mi ha reso servo di padroni che una volta erano miei servi.

Scritto da Antonello Provenzano

17 novembre 2009 alle 9:42 pm

Pubblicato in economia, esteri

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