PoliticalIn

Uno sguardo personale alla Politica

Paura gialla

lascia un commento »

Il presidente Mao Zedong, visto da Andy Warhol

Il presidente Mao Zedong, visto da Andy Warhol

La recente crisi economica, alimentata da artefici finanziari di cui tutti ormai, seppur per larghi tratti e senza nessun dettaglio specifico, siamo a conoscenza, ha devastato il nostro modo di vivere (il lifestyle, lo definirebbero gli americani), riducendo le nostre solide certezze d’un tempo in macerie fumanti.
Il sistema attuale, iniziato (come molte delle cose cattive dell’era moderna) negli Stati Uniti d’America, seguito alla fondazione, da parte dei maggiori banchieri dei primi anni del secolo decimo-nono (J. P. Morgan, Rockefeller e i fratelli Solomon, guidati dal senatore Aldrich),   della Federal Reserve, ha mostrato il suo lato fallimentare più e più volte: il fomento di guerre con scandenza decennale, allo scopo di risanare più che arricchire le casse di istituzioni finanziare sempre sull’orlo del baratro, ne è solo la visibile zincaglia. Per colpa di tale sistema,  si è avuto il fenomeno conseguente della mondializzazione, ancor prima della globalizzazione (mirabilmente descritta da Naomi Klein in “No Logo”): l’esportazione di conflitti ed interessi su scala mondiale, per il maggior profitto e la maggiore necessità di economicità.

Personalmente ho perso il conto del numero di crisi, bolle, crack che in un secolo di finanza americana si sono verificate: sebbene quella attuale e quella del ventinove siano le maggiormente visibili, molte e molte altre le hanno precedute (anticipandole, in alcuni casi) e seguite, portando in alto o in basso la nostra società occidentale. Sicuramente posso dire di essere testimone della più grave e più seria crisi economica della mia epoca.

La mondializzazione dell’economia ha avuto anche i suoi effetti benefici, sebbene non per gli europei e per la cultura occidentale, propagandata per secoli come il modello sul quale calibrare tutte le altre. Infatti nazioni, le quali ancora una diecina d’anni fa avremmo considerato appartenenti al terzo mondo economico e culturale (quali Brasile, Vietnam, Nigeria, Pakistan, India e in particolare Cina) oggi assurgono alle posizioni di grandezza che una volta competevano a poche nazioni europee e nordamericane, imponendo nuove leggi, regole e modelli.
Scimmiottando il metodo italiano post-bellico, basato sull’estream povertà,  assenza di regole, qualità e bassi costi di produzione e vendita, questi nuovi giganti dell’economia mondiale stanno distruggendo il sistema produttivo al quale eravamo abituati da qualche decennio.

Effetti collaterali meno piacevoli, che si accompagano al piacevole ridursi dei costi di molti prodotti di largo consumo (giocattoli, telefonini, elettrodomestici, abbigliamento e altro ancora), sono naturalmente la perdita del potere contrattuale che ormai inesorabilmente colpisce i Paesi occidentali (Stati Uniti d’America su tutti), un tempo egemoni, circa temi fondamentali quali economia, clima, risorse energetiche.
In quanto europei, abbiamo patito nel trascorso mezzo secolo la sudditanza politico-economica derivante dalla sconfitta nella seconda guerra mondiale, nei riguardi di americani e russi: di recente stiamo cercando di metabolizzare il declassamento a sudditi di cinesi, arabi e brasiliani, i quali, facendo leva sulla nostra vena consumistica, mirabilmente importata insieme alla democracy, ci ha reso loro schiavi, laddove non si accetta più di pagare qualche euro (nell’ordine delle diecine) in più per acquistare beni futili e ludici.

Così avviene che colui il quale per decenni era stato visto quale l’uomo più potente del mondo, il leader del mondo libero (come amabilmente la propaganda nazionalista lo ha dipinto in testi e pellicole), il Presidente degli Stati Uniti d’America, si debba recare presso un governo dittatoriale (lascio l’analisi del paradosso di essere il leader della democrazia mondiale che viene comandato da una dittatura a gente migliore di me) per pietire concessioni, ricalcando l’immagine dickensiana dell’orfanello Oliver Twist che con la ciotola in mano chiede “signore, ho fame: può darmene un altro poco [di cibo]?”; e costretto ad accettare rifiuti senza poter protestare.
E sotto la punta , tutto il resto dell’Iceberg: nessuna trasmissione televisiva, nessun articolo, nessun saggio, nessuna divulgazione pubblica, deve descrivere le condizioni di vita, le pecche e le manchevolezze, le slealtà e tattiche commerciali immorali attuate da tali Paesi: non si voglia si possano irritare, tirandoci il guinzaglio corto al punto di strangolamento.

Grazie democrazia per avermi ridotto al rango di servo: la libertà mi ha obbligato a spendere per acquisire cose di cui non necessitavo; la cosa mi ha reso schiavo del possesso; il possesso mi ha reso servo di padroni che una volta erano miei servi.

Scritto da Antonello Provenzano

17 novembre 2009 a 9:42 pm

Pubblicato in economia, esteri

Taggato con ,

Lascia un Commento