Archivio per novembre 2009
Capisc’

Il terrorista rosso Cesare Battisti, modello dell'ingiustizia italiana, secondo francesi e brasiliani
La bellezza della generalizzazione sta nel fatto che con pochi, semplici, concetti e scarse parole si può definire un intero contesto, sia esso un gruppo di individui, situazioni, ma più spesso (alle volte odiosamente) popoli sconosciuti: si va dei neozelandesi, conosciuti solo per l’haka, ai francesi noti per le baguettes, e naturalmente gli italiani, con la a pizza, il mandolino e la Mafia sotto braccio.
La spietatezza fredda e razionalizzatrice, tipica dei popoli sassoni, abituati da millenni a dividere pragmaticamente e barbaramente in due ogni realtà, ha abituato il mondo intero a non approfondire più nessuna conoscenza, anzi ad ogni giudizio di merito.
Quando da bambino andavo negli Stati Uniti trovavo alquanto strano che la gente autoctona (e a St. Louis la gente è indigena sul serio) si sentisse in dovere di biascicare quattro suoni che non risconoscevo: “capisc’! capisch!”. Sorridendo, soddisfatta dello sfoggio di cultura che aveva potuto sbattermi in faccia, sebbene io (per quanto ricordi ad oggi) nemmeno riuscissi a capire cosa stesse sillabando o significando.
Cresciuto un poco ancora, mi sono comunque scontrato con simili fatti, quando in Svizzera mi son sentito dare del mafioso da alcuni arabi miei compagni di stanza del colleggio, più come un complimento che come insulto: gli Italiani (ebbene, non potevano nemmeno immaginare le differenze intercorrenti tra un Siciliano e un Italiano) son tutti fieramente mafiosi, a loro giudizio, vieppiù se si chiamano Provenzano, tanto quanto per alcuni di noi tutti gli arabi sono fieramente terroristi.
Non posso negare che in molte generalizzazioni risieda una radice di verità, tanto più che il fatto che si applichino a noi stessi ci fanno irritare immediatamente, segno che un nervo è stato toccato: è tanto più vero, però, che non dalla radice, ma dalla foglia si giudica un buon raccolto (come il mio buon padre contadino potrebbe confermare).
In questi giorni, dunque, ho sentito sproloqui sulle televisioni di mezza europa (seguo abitualmente TVE, France24 e TF1) sul popolo italiano e sulla pervicace nostra voglia di sangue, di quei poveri combattenti per la libertà che furono i PAC, i NAR e le BR, oggi profughi in Francia o Brasile, essendo noi tutti dei terribili fascisti.
Ho subito, quasi per una forma di masochismo psicologico, le interviste a personalità della cultura francese (bene o male, gli omologhi transalpini della nostra intelighenzia ignorante nazionale d’esportazione), alla ricerca di frasi d’effetto che facciano parlare di se, sfruttando momenti sconosciuti di una storia complessa, di un Paese complesso, che per loro altro non è che un esercizio stilistico e ludico.
Ho pregato che qualcuno dei nostri esponenti politici ribattesse a tono, chiedendo loro (anche in maniera generica) come considerassero il Front Nationel Algerien, il Service d’Action Civique, ovvero l’Action Directe (per essere bipartizan nella citazione anche dei gruppi terroristici francesi): avrebbero mai accettato che qualche attore o scrittore italiano si schierasse apertamente a favore di uno dei suddetti gruppi, che portarono morte e distruzione nella Francia degli anni ‘60-’80?
Dovrei realmente non curarmene, ciniscamente riducendo il tutto alle sciocchezze di ricchi annoiati (un poco come molti dei comunisti d’oggi giorno, ma anche d’allora) o nostalgici tragi-comici, eppure non riesco: la simpatia, la tolleranza e persino condivisione di ideali folli, che hanno mostrato le evidenti fallacità anacronistiche, non solo in Italia (ricordate Der Baader-Meinhoff Komplex in Germania, The Weatherman negli USA, o ETA in Spagna), sta rischiando di leggittimare il ritorno a certe forme estreme di contestazione, basate per lo più su assunti falsi.
Le rivendicazioni dei movimenti rivoluzionari degli anni post-bellici, infatti, erano quelle di popoli presuntamente oppressi da regimi dittatoriali fascisti, eletti in base a elezioni irregolari: oggi, più che allora, tali basi ideologiche (ma vorrei più correttamente chiamarli “deliri”, fomentati per strumentalizzarli a fini politici) sono mancanti.
E’ vero, invece, la mancanza totale di ideali della gioventù moderna, assalita dall’apatìa consumistica, che riduce l’essere umano al rango di consumatore, per sfuggire alla quale, inconsapevolmente o meno, si rincorrono vecchi slogan desueti, involontariamente perpetuando lo schema consumistico dal quale si tenta di evadere (laddove la protesta, anche violenta, viene ridotta a una semplice moda da seguire, più che a un’espressione di ideologie).
Ma l’Italia è questo, stando ai nostri cari amici francesi: pizza, mandolino, mafia e terrorismo… Capisc’!
Paura gialla

Il presidente Mao Zedong, visto da Andy Warhol
La recente crisi economica, alimentata da artefici finanziari di cui tutti ormai, seppur per larghi tratti e senza nessun dettaglio specifico, siamo a conoscenza, ha devastato il nostro modo di vivere (il lifestyle, lo definirebbero gli americani), riducendo le nostre solide certezze d’un tempo in macerie fumanti.
Il sistema attuale, iniziato (come molte delle cose cattive dell’era moderna) negli Stati Uniti d’America, seguito alla fondazione, da parte dei maggiori banchieri dei primi anni del secolo decimo-nono (J. P. Morgan, Rockefeller e i fratelli Solomon, guidati dal senatore Aldrich), della Federal Reserve, ha mostrato il suo lato fallimentare più e più volte: il fomento di guerre con scandenza decennale, allo scopo di risanare più che arricchire le casse di istituzioni finanziare sempre sull’orlo del baratro, ne è solo la visibile zincaglia. Per colpa di tale sistema, si è avuto il fenomeno conseguente della mondializzazione, ancor prima della globalizzazione (mirabilmente descritta da Naomi Klein in “No Logo”): l’esportazione di conflitti ed interessi su scala mondiale, per il maggior profitto e la maggiore necessità di economicità.
Personalmente ho perso il conto del numero di crisi, bolle, crack che in un secolo di finanza americana si sono verificate: sebbene quella attuale e quella del ventinove siano le maggiormente visibili, molte e molte altre le hanno precedute (anticipandole, in alcuni casi) e seguite, portando in alto o in basso la nostra società occidentale. Sicuramente posso dire di essere testimone della più grave e più seria crisi economica della mia epoca.
La mondializzazione dell’economia ha avuto anche i suoi effetti benefici, sebbene non per gli europei e per la cultura occidentale, propagandata per secoli come il modello sul quale calibrare tutte le altre. Infatti nazioni, le quali ancora una diecina d’anni fa avremmo considerato appartenenti al terzo mondo economico e culturale (quali Brasile, Vietnam, Nigeria, Pakistan, India e in particolare Cina) oggi assurgono alle posizioni di grandezza che una volta competevano a poche nazioni europee e nordamericane, imponendo nuove leggi, regole e modelli.
Scimmiottando il metodo italiano post-bellico, basato sull’estream povertà, assenza di regole, qualità e bassi costi di produzione e vendita, questi nuovi giganti dell’economia mondiale stanno distruggendo il sistema produttivo al quale eravamo abituati da qualche decennio.
Effetti collaterali meno piacevoli, che si accompagano al piacevole ridursi dei costi di molti prodotti di largo consumo (giocattoli, telefonini, elettrodomestici, abbigliamento e altro ancora), sono naturalmente la perdita del potere contrattuale che ormai inesorabilmente colpisce i Paesi occidentali (Stati Uniti d’America su tutti), un tempo egemoni, circa temi fondamentali quali economia, clima, risorse energetiche.
In quanto europei, abbiamo patito nel trascorso mezzo secolo la sudditanza politico-economica derivante dalla sconfitta nella seconda guerra mondiale, nei riguardi di americani e russi: di recente stiamo cercando di metabolizzare il declassamento a sudditi di cinesi, arabi e brasiliani, i quali, facendo leva sulla nostra vena consumistica, mirabilmente importata insieme alla democracy, ci ha reso loro schiavi, laddove non si accetta più di pagare qualche euro (nell’ordine delle diecine) in più per acquistare beni futili e ludici.
Così avviene che colui il quale per decenni era stato visto quale l’uomo più potente del mondo, il leader del mondo libero (come amabilmente la propaganda nazionalista lo ha dipinto in testi e pellicole), il Presidente degli Stati Uniti d’America, si debba recare presso un governo dittatoriale (lascio l’analisi del paradosso di essere il leader della democrazia mondiale che viene comandato da una dittatura a gente migliore di me) per pietire concessioni, ricalcando l’immagine dickensiana dell’orfanello Oliver Twist che con la ciotola in mano chiede “signore, ho fame: può darmene un altro poco [di cibo]?”; e costretto ad accettare rifiuti senza poter protestare.
E sotto la punta , tutto il resto dell’Iceberg: nessuna trasmissione televisiva, nessun articolo, nessun saggio, nessuna divulgazione pubblica, deve descrivere le condizioni di vita, le pecche e le manchevolezze, le slealtà e tattiche commerciali immorali attuate da tali Paesi: non si voglia si possano irritare, tirandoci il guinzaglio corto al punto di strangolamento.
Grazie democrazia per avermi ridotto al rango di servo: la libertà mi ha obbligato a spendere per acquisire cose di cui non necessitavo; la cosa mi ha reso schiavo del possesso; il possesso mi ha reso servo di padroni che una volta erano miei servi.