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Uno sguardo personale alla Politica

Archivio per aprile 2009

Come ritrovare la fede in due ore

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Ultimamente mi sono dedicato parecchio al tema religioso, affrontando il conflitto tra le tre dottrine monoteistiche in atto in Europa, analizzando la situazione della Chiesa Cattolica, o dando addosso all’Islam. A dispetto del titolo, però, questo articolo non sarà circa la fede propriamente detta, bensì quella che molti militanti politici, tra le cui fila mi annovero di malavoglia, hanno nei confronti di un partito o di un’ideologia filosofico-culturale.

Giovani comunisti in corteo: portano fieramente la bandiera di una nazione distrutta dalla povertà e miseria che la loro ideologia ha portato, una volta applicata alla vita reale

Giovani comunisti in corteo: portano fieramente la bandiera di una nazione distrutta dalla povertà e miseria che la loro ideologia ha portato, una volta applicata alla vita reale

Chi ha fatto politica attivamente, infatti, può comprendere come molti interessi personali, famigliari o di categoria prima o poi cominciano a svanire, coperti da quel sentimento che cresce nel petto di appartenere a uno schieramento di fazioni in lotta per il salvataggio della propria nazione: per molti, prende le forme di una discesa in guerra.
Ma, come in guerra, le truppe che formano le fila di un battaglione che fronteggia un esercito avverso devono essere ben motivate e votate anche alla morte pur di prevalere: negli ultimi tempi, con la caduta del pensiero ideologico politico (il cosiddetto postideologismo) e il prevalere di interessi economici su quelli filosofici e culturali, la motivazione delle truppe di entrambi gli schieramenti che si fronteggiano in Italia (PD e PDL) si è parificata a quella dei mercenari che combattono per un signore che paga bene, ma che sarebbero pronti a tradirlo il giorno stesso, qualora ricevessero una migliore offerta.

In siffatto ambiente, le mie convinzioni hanno iniziato a vacillare, devastate dal senso di delusione nel constatare la quasi totale mancanza di alcuna motivazione ideologica nella gran parte dell’Italia, appalesata dal consenso vasto dato alle fusioni fredde avvenute tra post-comunisti e cattolici oltranzisti a sinistra e post-fascisti e quell’insieme informe di ex socialisti, democristiani, liberali, repubblicani (e chi ha più sigle da aggiungere lo faccia, vista l’eterogenità), rappresentato da ForzaItalia, contraddicendo palesemente tutto ciò che si era propagandato per decenni, fino addirittura a qualche mese fa.
Lo smarrimento era tanto e l’animo crepato da molteplici scosse alle certezze granitiche che per anni avevo avuto: come un cane ferito mi aggiravo, immaginariamente, tra la gente che un tempo chiamavo nemica e che oggi rappresentava il mio alleato in guerra.

Al tramonto di ogni convinzione, mi sono finalmente imbattuto in un gruppo di comunisti arrabbiati (loro stessa definizione), i quali tra uno slancio di utopia e degli insulti disordinati, ha operato una grande opera di restaurazione del mio fervore politico.
Quel giorno ho passato circa due ore di una mattina piovosa e turpe a discutere sui temi dell’immigrazione, delle religioni, dell’economia e del lavoro: ho infine ricordato perché, ormai quindici anni fa (a 13 anni), entrai in politica attivamente e sono ritornate vive quelle emozioni che ormai avevo dimenticato, superate dalle situazioni opportunistiche, dal moderatismo; ho ricordato  una frase di Giorgio Almirante, personaggio ridotto ormai a semplice simbolica figura retorica nei discorsi con i capi della Destra (o di ciò che miseramente ne rimane) per tenere stretti a se i nostalgici, che recitava più o meno così: “se ad un certo punto della tua vita cambiano le tue idee, o non valevano niente le tue idee o non vali niente tu come uomo“.

Immagine umoristica sui tre principali filosofi del communismo (Marx, Engels, Lenin): la loro visione utopistica e oltranzista ha distrutto ogni nazione nella quale è stata applicata

Immagine umoristica sui tre principali filosofi del communismo (Marx, Engels, Lenin): la loro visione utopistica e oltranzista ha distrutto ogni nazione nella quale è stata applicata

E quella mattina un’epifania mi ha raggiunto e fulminato. Per molti anni ho studiato in una scuola cattolica di tendenza sinistroide (i cosiddetti catto-comunisti), per poi passare in un liceo del tutto comunista, all’interno del quale in pochi eravamo a sostenere le ragioni della Destra e venivamo presi per pazzi (come rappresentante d’istituto le ho prese più volte dai più esagitati, che non volevano si esprimesse un parere contrario al loro): per un buon quindicennio, quindi, ho vissuto in una condizione di quasi inferiorità culturale, arrivando a maturare io stesso un complesso di inferiorità rispetto alla grande intelligentia comunista, che citava Marx, Heideger, Kant e Gramsci, laddove io non avevo appigli culturali ai quali aggrapparvi, non essendo Plebe, Gentile, D’Annunzio o anche solo De Felice, insegnati nelle scuole che avevo frequentato.
Eppure, in due ore sono riuscito finalmente a capire ciò che in molti anni non mi era stato chiaro: cioé che quella gente, così aggressiva, falsamente preparata e massicciamente indottrinata, non era nientaltro che una massa di poveracci, i quali non sapevano con chi prendersela per la loro misera condizione, e nello smarrimento più totale avevano costruito tesi di complotti, le più mirabolanti, pari a quella sionista dei Savi di Sion.
E infine ho capito di essere nel giusto, di essere l’ultimo baluardo contro la presa del potere di gente che condurrebbe la mia Patria alla morte certa, soffocata da un ammasso informe di  utopie e ideologie fantastiche, fortunatamente mai applicate in Occidente.

Ho colto il loro egoismo fondamentalista, che non mira in alcun modo a stabilire un sistema migliore, non prende in considerazione l’universo del possibile, ma cerca di applicare, facendo ricorso a teorie vetuste e sconfessate dalla storia, che possano dimostrare la loro superiorità, in spregio di tutti gli altri: poveri uomini e donne alla ricerca di un orgasmo intellettuale interrotto dal sopraggiungere della realtà.

Se anche voi che leggete, ad un certo punto, avete perso la speranza e vi siete arresi al nichilismo imperante e alla prevalenza degli interessi economici sulle vostre idee, posso solo consigliarvi di immergervi in un contesto avverso, non importa di quale orientamento: nel combattere per non essere sopraffatti ritroverete voi stessi, o capirete di essere stati uomini da poco.

Scritto da Antonello Provenzano

17 aprile 2009 alle 2:49 pm

Guerra di religione

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Il tema è caldo, e da qualche anno, quanto meno in occidente, sembra essere l’argomento primario della maggior parte delle discussioni politiche, sia a Destra come a Sinistra, talora con commistioni di posizioni e travalicamenti di schieramenti di sorta.

José Luis Zapatero: il grande moralizzatore che vorrebbe trasformare la Spagna in uno Stato Ateo

José Luis Zapatero: il grande moralizzatore che vorrebbe trasformare la Spagna in uno Stato Ateo

Attraversiamo infatti un momento della nostra storia moderna, a causa di congiunture storiche, politiche e fattuali, che riportano a tempi lontani e dimenticati, sicuramente nella “civile” Europa, che segnano nella guerra tra Cattolici e Anglicani in terra d’Albione l’ultimo ricordo di tale gravità: il radicalismo del “mondo Mussulmano”, che ha condotto al tragico 11 Settembre 2001, “data che rimarrà segnata nella storia col marchio d’infamia”, e la crisi economica, seguita alla delocalizzazione della produzione industriale (alla ricerca di un maggior risparmio nel processo concorrenziale di massa), aggravata dai mezzi finanziari creativi, risultati “tossici” e cancerosi per chi ne aveva fatto uso.

In questo scenario apocalittico e di disperazione, i più cercano rifugio nell’animismo religioso, chi cattolico, chi islamico, chi ancora ebraico, per ricordare solo ed esclusivamente la situazione in atto in Europa (si potrebbero ricordare i decennali scontri tra Hindu e Mussulmani in India e Pakista, ma non è il momento), radicalizzando uno scontro in corso da più di un millennio, talvolta  esplicitamente, talvolta in maniera sotterranea.
Ayman Al-Zawahiri durante il processo per l'omicidio di Sadat

Ayman Al-Zawahiri durante il processo per l'omicidio di Sadat

Come in ogni rissa di strada (chi, come me, ne ha tristi segni sul corpo può capirne le dinamiche), succede sempre che un terzo s’immetta nello scontro, spesso facendone le spese maggiori, nonostante le buone intenzioni: è proprio di quest’ultimo che voglio parlare in questa sede (a dispetto della lunga introduzione).

Nella tenzone religiosa riemersa di recente, grazie anche al radicalismo fomentato dal Team B (originato dalle tesi conservatrici ed evangeliche di Robert Kegan, progenitore dei moderni Neo-Con, quali RumsfeldWolfowitzLibbyPipes), nonché alle pressioni estremiste egiziane, antecedenti e seguenti l’uccisione di Sadat (organizzata da Al Zawahiri, sulla sporta delle tesi radicali di Sayyid Qutb), nonché la fondazione del primo Stato islamico fondamentalista, l’Iran di Komeini, si è introdotto un terzo combattente, con l’intenzione nobile di evitare un peggioramento della situazione, ma che al contrario ha infervorato entrambe le parti, le quali oggi incitano al fondamentalismo religioso, sia cristiano, che islamico.
La nuova dottrina ateistica emergente in Europa, che mira a imporre, quasi manu militari, a imporre la distanza da tutto ciò che sia espressione di religiosità, per non urtare nessuna delle due parti in causa, ha creato un nichilismo statalista diffuso e utopico, che ha condotto gli estremisti religiosi cristiani a gridare all’invasione islamica, vedendosi spogliati del primato sulle coscienze continentali, e quelli islamici, giunti in milioni negli ultimi decenni presso le nostre città (chiamati dalle sirene degli industriali alla ricerca di mano d’opera a basso costo, e spinti dalla misera condizione in cui vivevano nei rispettivi Paesi), al tentativo di tagliare le esili radici culturali che li legano alle loro famiglie, alla loro storia e al loro sentire.

Paul Wolfowitz, il falco dei Neo-Con che per decenni ha funto da ideologo in capo dei Neo-Con

Paul Wolfowitz, il falco dei Neo-Con che per decenni ha funto da ideologo in capo dei Neo-Con

Sebbene molti retoricamente ricordano l’emigrazione italiana in varie nazioni del mondo al principio del secolo scorso, adducendo ad esempio le miserrime condizioni di vita a cui essi furono obbligati dalle popolazioni ospitanti, ci si dimentica sempre (forse volutamente) di sottolineare come tali Paesi meta dei viaggi della speranza italici fossero anch’essi appartenenti a quell’alveo cultural-religioso europeo, che Inglesi, Spagnoli e Portoghesi avevano esportato con la forza nei secoli antecedenti (si ricordi l’Argentina, il Brasile, gli Stati Uniti d’America o l’Australia).

La nuova religione ateistica propagandata quale unica soluzione allo scontro in atto, quindi, si candida a essere l’inconsapevole detonatore di un conflitto ancora più ampio, che rischia di avere conseguenze drammatiche sulla vita di tutti (seppur già adesso parte di esse sono visibili: controlli estremi negli aereoporti, razzismo di massa nelle periferie, etc.). Sarebbe duopo in questa sede ricordare dell’era dei lumi, laddove gli uomini di scienza, in una furia iconoclasta e rivoluzionaria, portarono sul trono del mondo Napoleone Bonaparte: la cosa rese più radicali tutti i popoli europei che, fieri della propria religiosità e tradizioni, si lanciarono in milioni contro le sue armate, rendendo l’illuminato impero francese di breve durata ed esponendolo alla restaurazione antecedente alla presa del potere del tenente corso.

Il paradosso filosofico in cui incorro ogni volta che mi trovo a scrivere o parlare del tema religioso è quello dell’essere un ateo convinto, che difende il cattolicesimo: scevro da ogni considerazione di carattere teologico, bisogna non negare la fondamentale opera di controllo operata dalla Chiesa Cattolica negli ultimi secoli, che ha permesso una coesione umana forte e maggiormente consociativa di quella che il nichilismo moderno, tendente solo all’espansione economica, immemore e incurante del benessere morale, ancorché di quello fisico, del proprio popolo.

Compiamo il bene, nella convinzione di far del bene e lo facciamo tanto bene che arriviamo al punto di nuocere a causare il male.

Scritto da Antonello Provenzano

14 aprile 2009 alle 2:13 pm

L’Invidia

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Molti peccati capitali ho compiuto nella mia vita: probabilmente tutti e sette. Non posso negare che, al di là della lussuria che non disprezzo, la gola è il mio preferito e quello nel quale più di tutti ho indulto: la gratificazione ottenuta dall’assaporare il gusto di un prelibato manicaretto è difficilmente paragonabile ad altri piaceri della vita. La mia fortuna è quella di non essere cattolico e i patimenti infiniti dell’Inferno mi saranno risparmiati.

Ad ogni modo, nonostante la mia predilizione tra i sette per il secondo, quello che più di sovente ho iniziato a provare, con sempre maggiore costanza, è il sesto: l’invidia.
Molte persone di mia conoscenza praticano questo peccato ogni giorno, più volte e più fortemente di quanto io stesso ne sarei capace,  probabilmente a causa (o per grazia) della felice condizione sociale nella quale sono nato e ho vissuto sino ad ora, fomentata dal sistema pubblicitario che crea artefattamente bisogni e necessità del futile (e poco vale ricordare l’aforisma del beneamato Oscar “Posso fare a meno di tutto, fuorché del superfluo“).

Vorrei anche io poter provare quel tipo di superficiale invidia, che facilmente potrei tacitare immediatamente con l’acquisto di un oggetto, un ninnolo: un piccolo esborso di danaro e il sentimento, corrosivo, sarebbe svanito.
Purtroppo no, amici miei: invidio ciò che difficilmente otterrò mai, non essendo l’oggetto della mia invidia, atavica e assetante, acquistabile presso un negozio e nemmeno, qualora avessi le disponibillità del Re del Siam (il mitico possessore di palazzi d’oro massiccio e di ogni ricchezza neppure lontanamente immaginabile), in ogni modo ottenibile dietro pagamento di alcuna somma.

Invidio a tutti gli altri popoli europei, e a molti dell’Italia stessa, l’essere padroni di una terra, una civitas collettiva responsabile, un sistema comune non egoistico né tirannico.
Dopo l’ampia premessa, immagino che molti di coloro che leggono a questo punto avranno sussultato e forse avranno smesso la lettura. Ma alcuni di voi, coloro i quali provano lo stesso mio sentimento, hanno la mia stessa Sicula origine, mi avranno compreso e a loro intendo rivolgermi.

Come molti, troppi, siciliani sono stato costretto anni fa a lasciare Palermo, verso altre città italiane (Milano, Bologna e Firenze) o europee (Bruxelles e Lussemburgo): ho avuto modo di dirlo in passato. Per quanto abbia amato alcune di queste (in particolare Bologna e Lussemburgo), goduto della grande organizzazione, condizioni lavorative ottimali, servizi efficienti e altro ancora, che occuperebbe pagine intere nella descrizione, sento sempre, come ogni emigrante (quanto meno, quanto ogni emigrante siciliano) la mancanza della mia terra, degli amici lasciati a Palermo, e anche delle banalità alle quali ero stato abituato.

Invidio quindi tutti coloro i quali sono nati, e hanno il grande lusso e beneficio di potere vivere ancora, nelle proprie città, uscire la sera con gli amici di gioventù, godere delle banalità alle quali erano abituati sin dall’infanzia, felici di potere compiere le proprie aspirazioni professionali, coccolati da un sistema che lo permette e lo stimola.
Sfortunatamente. sono nato in una terra che ormai da secoli ha subito privazioni, soprusi e usurpazioni, al punto tale che i suoi stessi abitanti hanno accettato la situazione di sottomissione e la condizione servile, al punto da farsi  essi stessi (quanto meno parte di essi) oppressori, affamatori e predoni, alla costante ricerca di quel benessere personale, che con altro mezzo non avrebbero potuto raggiungere.
Dilungarmi su questi personaggi non è il mio obiettivo in questo momento, poiché ampiamente ne ho trattato in passato: mi preme solo constatare la rassegnazione e disperazione di cui anch’essi, per quanto ironico e paradossale questo possa suonare.

Non esiste, infatti, nell’animo di nessun siciliano che conosca la convinzione che si possa essere più di quel che si è: sottosviluppati, ignoranti e oppressi, per lo più. La prospettiva, la speranza, la fede, componenti che portano un popolo, ma anche un singolo essere umano, a vincere asperità e privazioni, pianificando strategie d’azione e piani di lotta, hanno abbandonato la Sicilia da molto tempo ormai: ognuno sgomita per quel tozzo di pane in terra, nella convinzione che l’indomani non troverà, o non avrà le capacità per procurarsi, il cibo da mettere in tavola.
Così i politici, nuova classe nobiliare isolana, speculano sulla disperazione del popolo, promettendo impieghi statali, regionali o comunali, in cambio dell’unica libertà ad esso rimasta (la libera espressione della propria ideologia politica): non vi è alcuna differenza, in questo caso come in molti altri, tra un partito o l’altro.

E ancora invidio quelle comunità, in Italia come all’estero, che esprimono il loro consenso ad amministratori pubblici unicamente in base alla soddisfazione per il loro operato, e non a causa della paura della perdita dell’impiego da quattro soldi e nessuna utilità, ovvero della speranza di riceverne uno: come ho potuto sperimentare, infatti, i membri di quelle comunità sono sempre più ricchi (economicamente, almeno), più felici e non sono costretti ad inseguire i propri sogni lontani dalla propria terra.

Vorrei tanto potermela prendere con qualcuno in particolare, un responsabile della situazione attuale, additandolo a unico colpevole, tolto il quale tutto verrebbe risolto: purtroppo questi sono espedienti demagogici tipici, valevoli per un Candido, il quale ignori la reale natura dei problemi e voglia trovare una ricetta veloce e sbrigativa.
Invece, ahimè, sono costretto a constatare il comune problema dato dallo stato del Siciliano: nessuna sorpresa che il vituperato Salvatore Cuffaro abbia guadagnato consenso oltre ogni immaginazione a seguito alle voci, secondo i suoi oppositori infamanti e danneggiatrici, della sua contiguità a varie famiglie mafiose; il mafioso infatti è considerato qualcuno che realmente può qualche cosa in Sicilia, il quale nel quartiere o nella borgata promette un lavoro al fratello di Caio, alle moglie di Tizio e manovra con i politici, per fare aprire il cordone della borsa pubblica e concretamente rendere reali le promesse fatte. Molti politicanti, senza capacità specifiche, ma con molta faccia tosta e niente da perdere promettono la Luna e il Sole, senza mai far seguito alle proprie promesse: un mafioso sì e un politico mafioso è sicuramente più affidabile di un semplice ragazzotto, che pur promette le stesse cose.

Non invidiereste anche voi, foste me, qualunque altra società che non sia così miope? Alla ricerca del vantaggio personale immediato e di un’effimera prossima ricchezza, si tralascia il vantaggio collettivo futuro e una maggiore ricchezza personale (la gallina del domani, sacrificata per friggere un uovo al tegamino oggi).

Lasciatemi invidiare allora gli abitanti del Veneto o del Friuli, oltre tutte le differenze culturali e umane, al di là gli appunti che possa muovere loro in molti ambiti, i quali, quando in Sicilia i Florio, i Lanza o i Briuccia siedevano alla tavola degli uomini più potenti d’Europa e i letterati forgiavano la cultura continentale, morivano nelle risaie e difficilemtne coltivavano morsi di terra che non tenevano il confronto con le ricche distese di grano e cereali siciliane (“oh Sicilia, granaio d’Italia!” a un certo punto ebbe a dire un celebre Cavaliere). Eppure senza soprusi gli uni sugli altri, con spirito collaborativo e animati dalla fede in un futuro migliore, oggi possono dirsi ricchi e felici, laddove noi Siciliani, impoveriti e scoraggiati, siamo costretti a invadere il mondo, quando vorremmo solo stare a casa nostra.

Scritto da Antonello Provenzano

4 aprile 2009 alle 5:22 pm

Pubblicato in politica, società

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