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Uno sguardo personale alla Politica

Archivio per dicembre 2008

L’odio efficente per la Mafia

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Scrivere un articolo sulla Mafia, da Siciliano particolarmente, rischia di essere un tema noioso per molti non Siciliani, in special modo per coloro che dichiarano (e pensano per la gran parte) che questo sia un problema irrisolvibile, localizzato e proprio di un popolo retrograde. Cercherò di non annoiare allora troppo con moralismi, facili spot e slogan anti-mafia, che per molti anni anche io ho sentito e maldigerito, sentitomi accusato di essere connivente con la criminalità poiché non mi attivavo in prima persona per combatterla.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, in vita attaccati da coloro che da morti li osannano

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, in vita attaccati da coloro che da morti li osannano

Appunto non voglio scadere nel facile moralismo e idealismo che attanaglia tutti coloro che, almeno a parole, vogliono combattere il fenomeno mafioso. Come dunque evitare di slegarsi dai cori pro-FalconeeBorsellino (per lo più intonati dalla stessa gente che in vita ha osteggiato i possessori di tale nome: Flacone in quanto socialista, che teneva i processi contro i potenti nei cassetti, e Borsellino in quanto notorio camerata), volendo al contempo combattere le stesse battaglie?

Proviamo a dare una risposta non banale: la Mafia è un’organizzazione votata al profitto e al potere, e in quanto tale agisce, considerando i vari ideologi di sinistra come una mosca che gli vola intorno, cibandosi alle volte delle loro carni per sopravvivere (l’anti-mafia negli anni è divenuto, infatti, un metodo alternativo di guadagno politico ed economico per molti: una professione in piena regola o uno strumento di accredito politico per certi ambienti), in quanto tale essa deve essere affrontata e combattuta.

Personalmente, al di là delle facili ironizzazioni sul mio cognome o sulle mio origini corleonesi, non riesco a vedere la Mafia (o Cosa Nostra, come ufficialmente viene chiamata dagli appartenenti) come qualcosa di inumano, o di inconcepibile: uccide e gambizza, né più e né meno delle Brigate Rosse, dei servizi segreti o di altre organizzazioni legali o ideologicamente acclamate, ma lo fa per profitto e potere, cosa che la rende molto più umana di coloro che fanno ciò per motivi ideologici.

Ma allora perché scagliarsi contro questa organizzazione fino al punto di porsi il problema di eliminarla? Semplicemente perché essa costituisce un sistema economico parallelo a quello statale, concretizzandosi come un aggravio finanziario sul contribuente, che si trova nella condizione di stare tra l’incudine statale, che si rende efficiente solo nell’esigere tasse, senza corrispettiva efficienza, e il martello mafioso, che risulta anche più efficiente e organizzato nel taglieggiare chiunque voglia legalmente iniziare un’attività economica e porsi sul mercato.

Sandro Lo Piccolo, re delle estorsioni palermitane, in arresto

Sandro Lo Piccolo, re delle estorsioni palermitane, in arresto

A molti la seguente citazione non piacerà, visto il comune senso italiano di demonizzare il nostro nemico (anche quello che, come in questo caso, fino al giorno prima era il nostro ideale), ma rende bene l’idea di come mettere in pratica un buon sistema di contrasto.
Quando durante un viaggio in Sicilia Benito Mussolini, ai tempi primo ministro e Duce del Fascismo, fu avvicinato da un certo Calogero Vizzini, alla domanda di quest’ultimo “Cavaliere, perché si è portato la scorta dietro? Ci penso io a proteggerla qui!”, egli capì che vi era un pezzo d’Italia che sfuggiva al suo controllo.
Benché non sia un apologo del Cavaliere,  bisogna dare atto a Mussolini di essere stato l’ultimo che nel nostro Paese abbia combattuto efficentemente la Mafia e la criminalità, non per il suo buon cuore o uno spiccato senso civico, ma per la comprensione che il Fascismo non poteva permettersi di delegare il controllo del potere ad altri: a causa della sua avversione all Mafia, quindi, pagò la collaborazione di quest’ultima con gli Alleati, dando supporto logistico all’operazione Husky (lo sbarco in Sicilia), ricevendo come contropartita il controllo sull’Isola, che dura sino ad ora.

Molte volte, esprimendo queste mie idee, mi sono sentito accusare e ho ricevuto molte urla insultanti, in quanto di Destra e quindi non legittimato a parlare di questi temi, strettamente di proprietà dell’area Sinistra: basterebbe ricordare i vari personaggi di ieri e di oggi che cavalcando l’ideologia anti-mafiosa hanno lavorato, come Penelope con il suo sudario, per fare rimanere ogni cosa così com’era, sciacallando su tragedie e lutti, sicuri che le cose non sarebbero mai cambiate, ma con la speranza di crearsi quella propria nicchia di voti che avrebbe assicurato loro un seggio in uno dei tanti (troppi!) parlamenti.

Cumannari è megghiu chi futtiri (Comandare è meglio che fare sesso). Dicono i mafiosi.

Una nota pessimista in chiusura è circa il carattere remissivo di molti Siciliani (la stragrande maggioranza, in realtà), i quali con la loro endemica essenza di sudditi, cinici e disillusi, hanno perso ogni speranza di redenzione: passano da un padrone all’altro, senza chiedersi perché devono essere schiavi di un sistema, invece di prendere in mano il proprio destino, magari sperando che essere gentili con il padrone porterà a qualche briciola anche per loro.

Solo quando smetteremo (uso specificamente la prima persona plurale, in quanto membro della società Siciliana) di pensare a noi stessi come accattoni, giustificando il nostro accattonaggio come normalità, allora potremo capire che la Mafia non è il male, ma un tiranno, un peso economico sulle nostre spalle, che ci impedisce di riprendere in mano il comando della nostra terra, permettendoci di impiegare il nostro genio millenario per il suo sviluppo e la nostra felicità.

 

Scritto da Antonello Provenzano

4 dicembre 2008 alle 11:46 pm

Pubblicato in società

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PIL,PIL, e ancora… PIL!

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I PIL del mondo sono dati tutti in discesa.

La crisi finanziaria, dicono, sta facendo risentire i suoi effetti sull’economie reali (ma è possibile, invece, che siano state ” le economie reali” ad essere entrate per prima in crisi, trascinandosi quelle finanziarie!?!?), molte delle quali vengono date in recessione per tutto il 2009 e 2010.

Scendono i PIL e, quindi, saremo più poveri.

Certo, consumeremo di meno e produrremo di meno, ma se ciò che non si consuma si risparmia, il minore consumo dovrebbe comportare un’eguale misura di risparmio. Il saldo dovrebbe essere nullo o positivo, almeno in termini di ricchezza conservata. Consumeremo meno petrolio, per cui quello oggi esistente nel sottosuolo sarà conservato più a lungo… risparmieremo petrolio. Saremo più ricchi di tale materia prima. Il minore consumo di petrolio ridurrà gli inquinamenti atmosferici, e, quindi, saremo più ricchi di salute, e così via per tutte le materie prime che producendo e consumando si esauriscono e, quindi, ci impoveriscono. Poichè i PIL misurano la produzione trainata dai consumi, maggiori sono i PIL, maggiori sono i consumi e viceversa, in un circuito circolare autoalimentantesi, nel quale dovrebbe consistere la produzione di ricchezza e la sua conservazione.

Ma tale maggiore presunta ricchezza prodotta, misurata dai PIL, è realmente conservata?. Se così fosse, consumare equivarrebbe ad arricchirsi e non consumare ad impoverirsi.

Una tale lettura, che è quella attualmente vigente, porta alla conclusione che una riduzione del PIL equivale ad un necessario impoverimento.

Se una tale lettura fosse rivisitata criticamente, forse, tale assunto potrebbe essere rivisto. La ricchezza aggiuntiva, infatti, non può essere misurata solo dalla produzione di un bene o di un servizio, ma dal saldo tra quanto prodotto e quanto distrutto e, poi ancora, da quanto della produzione viene stabilmente conservato come ricchezza generale della collettività. Nelle nostre opulenti e moderne società consumiste tali misurazioni sono divenute tanto ardue e quasi impossibili da dovere necessariamente semplificare ogni misurazione di tali saldi, attraverso il semplicistico assunto che tutto quanto prodotto, ai valori di mercato, equivale a ricchezza prodotta e conservata. Per cui  i PIL sono assurti ad ottimi misuratori di ricchezza e di benessere.

Certo, come misurare il valore aggiunto e la ricchezza stabilmente conservata derivanti dalla produzione e dal consumo di un litro di acqua minerale, foriera di benessere, bellezza, partecipazione, pulizia interna ed esterna, e rapportarli con quanto di petrolio consumato, di inquinamento atmosferico prodotto, di acqua consumata in quantitativi eccessivi rispetto alla mera sua missione di bere per dissetarsi, beni, tutti questi, certamente distrutti definitivamentei per la sua produzione e consumo ??. E’ molto più semplice sostenere apoditticamente che se il litro di acqua viene venduto per un euro, tale importo corrisponde esattamente alla ricchezza prodotta e conservata. E… finirla così!

Ma se fosse così, 60 anni di costante crescita dei PIL dovrebbero concretizzarsi in un risparmio delle ricchezze prodotte, che da qualche parte dovrebbe pur ritrovarsi.

Dove cercarlo? Non certo nel risparmio finanziario, teoricamente accumulato in tutti questi anni.

Fino a qualche mese fa qualcuno, sprovveduto, poteva ritenere che molta della ricchezza prodotta ed accumulata dai fantomatici PIL si conservava nelle casseforti delle Banche, dei Fondi, dei Fondi dei Fondi, negli Indici di Borsa e negli Indici di Indici e così via. E’ bastata una piccola folata di vento per dimostrare in tutta la sua crudezza che era tutta ricchezza finta, aria fritta, nella quale l’illusione generale aveva ritenuto di conservare la ricchezza  prodotta da 60 anni di consumi.

Qualcuno, meno prosaico, e ritenuto certamente più imbecille avrebbe potuto sostenere che tale ricchezza era di fatto racchiusa e conservata solo nelle discariche, che, a loro volta, per la loro costituzione, bonifica e smaltimento erano produttrici di altro PIL e di altra ricchezza.

Qualcun’altro potrebbe sostenere che tale risparmio si ritrova innegabilmente nella migliore qualità di vita che le nostre società, produttrici di elevati PIL, di fatto ci consentono e ci offrono. Tesi affascinante, ma solo in parte vera. Basterebbe intervistare  chi ha perso la casa, chi ha perso o perderà il lavoro, o solo chi resta in fila ore ed ore in autostrada, o passa 1/3 della propria vita in treni, tram e metropolitane affllatissime, per andare a produrre disperatamente PIL aggiuntivo, o chi vive nell’angoscia di non potersi permettere consumi più elevati e migliori tenori di vita, rispetto alle attese che le società produttrici di elevati PIL promettono ed illudono.

Forse la risposta su dove ricercare la ricchezza teoricamente prodotta e conservata si trova nell’analisi dello stesso PIL. Esso non può, tout court, ritenersi produttore e conservatore di ricchezza se non lo si analizza in termini qualitativi e non semplicisticamente quantitativi.

E’ evidente che il PIL derivante dalla produzione di cioccolattini, hamburgers, pizze, moda, ecc. ecc. si esaurisce al momento del loro consumo. Esso non si conserva stabilmente, nè può tradursi in ricchezza aggiuntiva  incorporata nei prodotti finanziari che tali consumi alimentano e producono. Tali consumi, tutt’alpiù, possono alimentare un circuito finanziario ed un trasferimento di risorse finanziarie tra vari soggetti, alimentando un’illusione di ricchezza, destinata, però, a svanire alla sua prima verifica. Come sta accadendo in questi giorni. L’effetto è, per dirla alla Franceschiello, “chi sta in coppa vada abbascio, chi sta abbascio vada in coppa, chi sta a prora vada a poppa, chi sta a poppa vada a prora”.

Viceversa, PIL derivanti da consumi di giornali, cultura, tecnologia, scolarizzazione, sanità, ecc. ecc., pur essendo anch’essi consumi istantanei, alimentano, sostengono, conservano un’aggiuntiva ricchezza, che seppure non si ritrova in qualcosa di concreto e può anche non ritrovarsi nella ricchezza finanziaria che la rappresenta, costituisce crescita stabile, critica, evolutiva di una società.

I PIL, allora, non sono tutti eguali. PIL derivanti da produzioni destinate solo ad alimentare consumi istantanei, trainati da effimere sensazioni, non possono paragonarsi a PIL derivanti da produzioni e consumi, che pur esaurendosi istantaneamente all’atto del consumo, si conservano come ricchezza evolutiva di una società.

L’appello disperato, lanciato da tutti in questi giorni, a mettere in campo politiche economiche e fiscali atte a rilanciare i consumi tout-court, rimanda all’appello di Franceschelliana memoria “facite ammoino”, nella certezza che “l’ammoino” può compensare la vuotezza del contenuto.

Scritto da Giuseppe Provenzano

4 dicembre 2008 alle 10:48 pm

Pubblicato in economia, società

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