Archivio per settembre 2008
Sulle nostre barricate
Il mondo ha subito, nei millenni della storia dai noi conosciuta, rivluzioni epocali che ne hanno segnato il corso della formazione culturale comune, portando a ritenere da parte della morale pubblica, e conseguentemente dalla politica che di essa è espressione, alcuni valori, concetti, sofismi e comportamenti talora desueti, talora innovatori, talora dannosi ovvero salvifici.
Come tale, le monarchie risultano oggi retaggi di un passato lontano, quasi tolkeniano, di tempi in cui gli eroi erano celebrati e gli aristos kai agatos che reggevano le sorti della cosa pubblica assumevano tale ruolo con imparzialità e magnanimità: esse hanno lasciato spazio al popolo e alla democrazia (si badi: non intesa nel senso classico erodoteo, colma di valori positivi e principi etici), che livella verso il basso la cultura, le aspirazioni e ambizioni del singolo o del popolo.
Di recente un’ondata giustamente revisionista ha preso di mira i movimenti giovanili del ‘68: la mitica della rivoluzione culturale, dei figli al potere e del modernismo informe viene riscritta, criticata e analizza come, per paura di ledere conquiste economico-politiche acquisite da caste infime della società, non si è mai fatto in passato.
In tal senso persino il comandante maximo della protesta studentesca di quegli anni, Daniel Cohn-Bendit, fedele alla sua natura anarchica, cancella con un tratto di penna le sue battaglie dell’epoca, prendendo atto dei risultati a cui hanno condotto. Uno dei cavalli di battaglia del corso sarkozista quindi diventa il revanchismo e la negazione degli effetti che il ‘68 parigino ha apportato alla Francia, nel tentativo di ristabilire quella Grandeur Français ormai persa nei meandri delle analisi e discussioni rivoluzionarie, vieppiù che l’adesione maldigerita all’Unione Europea sconquassa il senso nazionale sopito, ma mai domo, dei galli.
Allo stesso modo però sembra non essere possibile una revisione storica nella nostra Italia, da sempre attraversata da tensioni personalistiche e identitarie, che ne fanno un caso unico nel panorama politico-civile europeo e occidentale.
A distanza di decenni infatti i terroristi rossi e neri vengono ancora celebrati come eroi o carnefici, i temi anacronistici di comunismo e fascismo animano frange che mai hanno vissuto o conosciuto le degenerazioni e le degradazioni di idee filosofiche altrettanto valide, ma inapplicabili sia allora, come ora; la lotta portata avanti da nordisti contro suddisti e vice-versa, appalesa contraddizioni micidiali che portano figli di immigrati a scagliarsi contro i loro fratelli e cugini, rimasti nelle lande desolate e povere a percepire aiuti statali che li hanno assuefatti al dolce far nulla; ombre di rivoluzioni si profilano ad ogni dove, quando un ragazzo di colore viene picchiato a morte o una donna viene stuprata o uccisa da un ragazzo di colore.
Eventi e tipologie di fattispecie slegate tra loro apparentemente, ma ben coniugate dal particolarismo che definisce la nazione italica, mai unificata e attenta in ogni suo componente alla singola individualità e specificità: così temi che potrebbero vedere l’uniformità di giudizio di larghi tratti della società italiana fungono da divisori tra di essa: gli immigrati diventano tutti cattivi per la destra, o tutti buoni per la sinistra, senza distinzioni tra onesti lavoratori o pericolosi criminali; l’uso di droghe stupefacenti viene condannata dalla destra, mentre viene sostenuta e praticata dalla sinistra, senza distinzione tra quelle dannose e quelle ricreative ovvero la considerazione degli effetti su ogni differente persona; i partigiani della Repubblica di Salò diventano eroi per la destra e nemici del popolo, rappresentato dai Partiggiani con la “P” maiuscola che difenderono l’Italia dall’invasione nazifascista, senza distinzione e analisi delle situazioni politiche intercorrenti al momento della costituzione di entrambe le frange combattenti (argomento, lungo, complesso e non riassumibile in due righe, che avrò modo di trattare in un successivo momento).
Spariamo mirando a uomo ognuno seduto sulla propria barricata, imperturbabili e precisi nei nostri cantucci ideologici, pronti a vedere scoppiare la rivoluzione intorno a noi, che non esplode mai “dato che ci conosciamo tutti” (come disse il saggio Andreotti), ma si fa strisciando tra le linee ideologiche nemiche, assestando colpi e pugnalate, con armi vecchie, arruginite e non bene affilate.
Guerra Semifredda
Da qualche mese (al momento in cui scrivo) stiamo assistendo alla calata della nuova cortina di ferro sui Paesi sotto influenza politica Russa, anzi mezza. La crisi energetica ucraina, che da un paio d’anni, tra contenziosi, ritorsioni e accuse, mette in forse la gran parte dei rifornimenti all’Europa ci ha dato un assaggio della pietanza che avremmo gustato subito dopo, facendoci capire abbastanza facilmente come la Grande Madre Russia non fosse più malata e sul letto di morte, ma bensì sana, vispa e pronta a tirar ceffoni a chi la dava per spacciata.
Così dall’interruzione delle forniture di gas, precedute bisogna dire dal tentativo di assassinio di Viktor Andriyovych Yushchenko, al paese baltico ha messo sull’attenti molti governi, che hanno cominciato a recepire un pericolo, o quantomeno una minaccia, alle mire espansionistice dell’Europa verso Est, che ha rallentato, al di là delle questioni etiche e religiose, a una brusca interruzione del processo di adesione della Turchia nei confini europei, per evitare che un piede in oriente potesse dar fastidio allo Zar Putin.
L’invasione della Georgia da parte dei tank russi, preceduti da bombardamento della capitale Tblisi e di importanti avamposti, ha segnato un punto di svolta fondamentale che va al di là della crisi attuale e certifica il risorgimento del nuovo Impero Russo, che non accetta più di essere tenuto al guinzaglio con i missili in Polonia, anche se ben pasciuto dalla carne dagli investimenti occidentali, i quali cominciano ad essere superflui vista la crescente produzione di materie prime, prodotti energetici e l’instaurazione di industrie di ogni genere.
Ascoltando miei amici da entrambe le parti si hanno versioni contrastanti sulla vicenda: Tamara, amica georgiana conosciuta da bambino a Palermo, rifugiata durante la prima guerra (nella quale perse il padre e la sorella rimase gravemente ferita), parla di una invasione russa piana e non provocata, in risposta alle voglie indipendentiste del presidente Sakashvili; Anastasiya, ragazza russa di Sankt Petersburg che lavora in Lussemburgo per una società finanziaria del suo Paese, fieramente orgogliosa dell’acquisito status economico e delle possibilità avute, afferma con certezza la provocazione subita dalla Russia con l’invasione del territorio russo e l’attacco dei compatrioti da parte delle truppe Georgiane, allo scopo di far pulizia etnica.
Dove stia la verità tra queste due versioni è difficile dirlo, dato che in genere non ne esiste una sola, benché l’Europa se ne sia creata una propria per i propri (legittimi) interessi, supportando per lo più la ragione Georgiana, nella paura di una eventuale rivendicazione da parte della Russia di territori ex-sovietici, o con popolazione russofona, aderenti alla Comunità Europea (Lituania, Lettonia ed Estonia per iniziare). Questo segnerebbe un’ulteriore spostamento in avanti del confine, tracciato sulla sabbia della politica internazionale, da parte di Vladimir Putin e della nuova establishment post-eltsiniano, cosa che al momento non sembra molto improbabile, data l’escalation di tensione tra USA e Russia, durante la quale l’Europa da suo solito si limita a rimanere quale spettatrice neutrale.
Ma la degenerazione della crisi in vera e propria guerra non è tollerabile per i nuovi plutocrati russi, i quali non farebbero altro che perdere clienti e ritornare allo stato di miserie e povertà precedente alla perestroika: scorto oltre la rupe e visto il mare, è difficile tornare indietro verso le montagne brulle. Al riguardo mi viene in mente una frase da uno dei miei film preferiti (Thank You for Smoking), nel quale il protagonista, lobbista dell’industria del tabacco, obiettando alla morte imminente di un quattordicenne fumatore, fa notare: “Noi non abbiamo interesse a che questo ragazzino muoia: è il nostro cliente nella fascia di consumo ideale, con ottime prospettive”.
Per questo motivo l’avanzamento verso uno stato di crisi permanente non è una prospettiva in vista, data la natura di ogni organismo di autoconservarsi: creata la dipendenza vitale della Russia nei confronti dei clienti Europei, così come quella occidentale (e cinese ormai) dal petrolio arabo, perpetrare politiche imperialiste e isolazionistiche da parte russa sarebbe un vero suicidio, incomprensibile con la logica.
Allora perché la crisi in Georgia? L’accusa che Putin, per bocca del suo aiutante di campo Medvedev, ha fatto nei confronti del governo statunitense di essere responsabile della situazione, a suo dire per instillare nel popolo Americano la paura di una possibile guerra atomica, così da favorire il soldato McCain, in opposizione all’imboscato Obama, suona come l’accusa formulata dagli arabi agli ebrei di essere i mandanti oscuri dell’Undici Settembre, al fine di fomentare l’odio Americano contro i Paesi produttori di petrolio: semplicemente insensata.
La necessità per la Russia di imporre la propria egemonia su un territorio così vasto e fastagliato culturalmente, animato da mire separatistiche di ogni etnia, che in quella regione sfociano sovente in guerre, nonché la voglia di impadronirsi degli oleodotti georgiani e di avere uno sbocco nel Mar Nero, hanno portato infine le alte sfere moscovite a una mossa che sembra azzardata, ma che finisce per essere bilanciata in termini di costi/benefici.
Seguendo una logica puramente utilitaristica e analizzando il rapporto costi/benefici dell’invasione, infatti, qualche mese fa avevo predetto questo schema di cose, cercando di convincere Tamara dell’imminenza dello scenario suddetto: purtroppo non ho avuto torto.
Da cittadino europeo, con interessi economici in Europa, non posso che avvertire la paura, seppur moderata dalla consapevolezza che difficilmente sarò raggiunto (proprio grazie al mio status di cittadino europeo) dalle conseguenze di una eventuale Nuova Guerra Fredda, ma preoccupa la tendenza al restringimento delle libertà personali che seguiranno, nonché la costante pressione mediatica che scaturirà (e già scaturisce) dall’acquisizione di un nuovo nemico alle porte.
L’ossessione del passato.
In Italia sia ha sempre la strana sensazione che tutto sia ciclico e che prima o poi qualcosa avvenuta nel passato possa ritornare, nel bene come nel male: così il Fascismo si attendeva il ritorno dell’Impero Romano (e conseguente Pax), gli anti-democristiani il ritorno dello Stato Papalino, i giornalisti di sinistra il ritorno del Fascismo.
Mi sovviene adesso quella bella frase dei Monthy Python, “Nobody expects the spanish inquisition” (“Nessuno si aspetta l’inquisizione spagnola”): la storia non si ripresenta mai uguale e sicuramente non come noi ci aspettiamo che possa presentarsi.
Il beneamato Cavaliere Mussolini, ancorché essere il Duce del Fascismo, fu un arcigno socialista, in lotta contro i padroni egli sfruttatori che affamavano i contadini nella sua campagna emiliana, al punto tale da essere costretto ad emigrare in Svizzera (dove continuerà la sua opera di socialista militante a favore dei meno abbienti); tornerà poi per dirigere il giornale del partito socialista (l’Avanti!) ed essere eletto in parlamento tra le fila dello dallo stesso.
L’avvento del Partito Fascista, quindi nasce da una storia di sinistra socialista, in contestazione allo strapotere piemontese giolittiano, che aveva condotto il Paese a innumerevoli problemi e anche a una sfortunata guerra coloniale: quello in cui degenerò è noto a tutti.
Negli ultimi 60 anni ci siamo sempre preoccupati di evitare un nuovo avvento del Fascismo in Italia, affannadoci con leggi transitorie (poiché sarebbe stato immorale legiferare ordinariamente su ciò che la gente debba pensare o meno), condanne, articoli e atteggiamenti osteggiatori, come se ad ogni momento si riproponessero le stesse condizioni storico-politiche per il ritorno di un partito egemone che si imponga come dittatorio nei confronti del Paese.
Molti che hanno visto in Forza Italia e in Sivlio Berlusconi il nuovo Duce del Fascismo, applicando ignorantemente canovacci giornalistici ben noti, utilizzati per lo più da sfaticati che non hanno abbastanza immaginazione o capacità elaborativa da pensare a possibili scenari alternativi.
Uno dei casi più divertenti (o almeno lo sarebbe, se non fosse il tragico esempio del moyen de faire italiano) è quello di Giorgio Bocca: militante ultra-fascista, aderente al Manifesto della Razza (che condusse presto all’emanazione delle Leggi Raziali), alpino volontario per combattere a favore del fascismo, impiegò dieci minuti, subito dopo la firma dell’armistizio, per rinnegare tutto quanto fatto fino ad allora e farsi ricordare come partigiano, avendo così la patente per dar sentenze. Gente così si erge a vate, pretendendo di prevedere cambiamenti storici (basandosi sempre sui canovacci di cui sopra) che non si avverano, e accorgendosi della fine di un’epoca o l’inizio di un’altra solo al momento in cui il cambio avviene.
Per questo motivo nell’ultimo decennio l’avvento di un partito come quello Italia dei Valori non ha preoccupato molti, visti anche i numeri ridicoli e il suo marginalismo all’interno del blob di sinistra, che aveva al suo interno componenti più organizzate, radicate e importanti (Comunisti e Verdi per esempio). A seguito delle elezioni 2008, grazie alla legge Porcellum, il partito di proprietà di Antonio Di Pietro si è imposto su tutti i rivali medio-piccoli di sinistra, spazzandone via un bel poco e accreditandosi quale unica alternativa antagonista al Duce Berlusconi.
A guardare il dito che indica la Luna, si guarda il dito e si perde di vista la Luna, dice un vecchio detto popolare siciliano (tradotto per semplicità in Italiano): allo stesso modo, spaventati da piccoli gruppuscoli sparpagliati di neo-fascisti e neo-nazisti, inneggianti a Mussolini, alle leggi razziali, contro negri ed ebrei, abbiamo perso di vista cosa stava accadendo, rischiando di non vedere l’emersione di un partito minaccioso come quello dipietrista.
Eppure nessuno l’aveva previsto e nessuno se n’è preoccupato, poiché nessuna legge e nessuna sentenza aveva fatto pensare al pericolo dipietrista: adesso quel pericolo di profilo innanzi ben visibile e riconoscibile e rischia di farsi più grande, incombente e minaccioso, visto il nuovo assetto politico italiano, che come detto ha visto la scomparsa di parecchi partiti radicali rivali del buon Tonino. Ma si sa che Nessuno di aspetta l’inquisizione spagnola: purtroppo la tragica situazione economica (stipendi bassi, prezzi alti, inflazione cavalcante, criminalità in crescita ed immigrazione in costante aumento) impone la perfezione al Governo Berlusconi, visto da molti come l’ultima ancora prima di derivare verso il populismo dipietrista incalzante.





