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Uno sguardo personale alla Politica

Quanto pesano le scelte nel passato sulle nostre spalle.

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Di quando in quando mi ritrovo a vivere all’estero, immerso in crogioli di razze, culture e differenti nazionalità: ogni volta finisco con l’essere il centro dell’attenzione delle discussioni politiche di ognuna delle persone che incontro. Mi piacerebbe potervi dire che questo avviene perché io sia una persona particolarmente interessante o per la mia dialettica avanzata, il che andrebbe a magnificare il mio ego già abbastanza vasto: purtroppo ciò avviene solamente dopo l’apprendimento da parte del mio interlocutore della mia provenienza.
Esiste infatti una sorta di benevolo pregiudizio nei confronti degli italiani, che sono visti come amabili farabutti e gente inaffidabile: “Italiani brava gente … [hanno vinto con noi una guerra iniziata contro di noi]” ebbe a dire il noto statista Winston Churchill, in una delle sue classiche freddure, che instaurò da quel momento il detto che ancora oggi noi stessi utilizziamo per definirci.

Ed infatti il nostro modo di fare è costantemente orientato all’indeterminatezza, ondivaghità e incoerenza a partir dai macrosistemi politico-economici fin ad arrivare agli atteggiamenti quotidiani di ognuno, cosa che in tanti osservandoci fanno notare (alle volte anche con eccesso di zelo e spirito accusatorio).
Non essendo un amante degli eccessi (sebbene alle volte possa sembrare il contrario), non voglio spingermi all’uniformazione al pensiero unico corrente, che vede nell’efficienza tout-court un vanto e una conquista di modernità, ma non posso esimermi nella critica di comportamenti spesse volte contrari al comune buonsenso del padre di famiglia (concetto ben noto agli studenti di giurisprudenza, ma desueto anche nel concetto all’uomo moderno), condannando quelle manifestazioni patologiche della natura del pensiero italico [e mediterraneo in genere].

Ricercare una ragione o una causa unica di tali comportamenti, così da poterla estirpare dal ventre malato della nostra nazione e dare nuova vita al corpo della popolazione italiana, è quantomeno impossibile: non esiste infatti una sola causa scatenante di tali atteggiamenti, della cultura sociale che vi è alla base, né tantomeno della mentalità che l’accoglie e fa prosperare.
L’Ambasciatore Sergio Romano, nella sua apprezzabile opera Storia d’Italia dal Risorgimento ai nostri giorni, analizza bene come con la nascita dell’Italia non nacque al contempo un modello culturale italiano, data la grande frammentazione politica esistente nella penisola (e isole limitrofe), originata dalla concezione di essa quale terra di conquista e sfruttamento da parte di grandi superpotenze (quali quella Austro-Ungarica al Nord-Est, Francese nel Nord-Ovest, Papale al Centro e Borbonica al Sud e in Sicilia).

Per più di un secolo ci siamo illusi che l’opera di unificazione politica attuata forzosamente da Garibaldi potesse sanare tale divario socio-culturale (che al tempo non vedeva prevalere nessuna delle parti in questione, le quali oggi mostrano un grande gap in tal senso), imponendo figure forti e unificatrici che agissero da catalizzatrici di consenso e spirito unitario.
Eppure il paradosso storico che ci avvolge nella sua spira stritolatrice ci ha visto sempre essere cadere preda del fascino di figure quasi mitologiche (da Gaio Giulio Cesare Claudiano Germanico, passando per il citato Giuseppe Garibaldi, arrivando a Benito Mussolini, fino al più contemporaneo Silvio Berlusconi), capaci di ammaliarci con la forza del loro carisma e imporre scelte radicali e di rottura, subito sconfessate dopo poco, ma mai fuoriere di insegnamento per generazioni o successive che, come GB Vico amerebbe dire, nei “corsi e ricorsi storici” ritornano ad acuire tutti i nostri difetti e le nostre debolezze.
Questi ondeggiamenti in fine hanno condotto alla mancanza di una comunità di pensiero nazionale, financo a ritenere talvolta la totale inesistenza di una nazione italiana propriamente detta: la lista degli avvenimenti salienti, dai tempi delle popolazioni proto-mediterranee sino ad oggi, sarebbe solo un elenco nozionistico di fatti storici che dimostrerebbe quanto detto.

Quando nelle discussioni con amici stranieri mi soffermo sulla questione della nazionalità, spesso uso negare la mia origine Italiana, definendomi Siciliano (aggiungendo anche “cosa ben peggiore che essere Italiano”), affrettandomi a chiarire alcuni punti salienti di differenza tra la mia cultura isolana e quella di altre regioni, ben sottolineando le distinzioni tra le varie culture esistenti in Italia e affermando una mancanza di un’unità nazionale. In effetti, quando ragiono sulle mie origini e sulle origini del mio pensiero corrente, non riesco a vedere similitudini con quelle di un ragazzo della mia età, che abbia attraversato tutte le fasi storiche nazionali che anche io ho vissuto, il quale sia nato e cresciuto a Roma o Milano e, benché la massificazione della comunicazione quotidiana, fatta di pubblicità usuranti, frasi usurate e immagini desolanti, abbia fatto di noi due fratelli in disgrazia, non me lo fa comunque ritenere un fratello d’Italia.

Written by Antonello Provenzano

15 Luglio 2008 a 11:53 am

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