Capisc’

Il terrorista rosso Cesare Battisti, modello dell'ingiustizia italiana, secondo francesi e brasiliani
La bellezza della generalizzazione sta nel fatto che con pochi, semplici, concetti e scarse parole si può definire un intero contesto, sia esso un gruppo di individui, situazioni, ma più spesso (alle volte odiosamente) popoli sconosciuti: si va dei neozelandesi, conosciuti solo per l’haka, ai francesi noti per le baguettes, e naturalmente gli italiani, con la a pizza, il mandolino e la Mafia sotto braccio.
La spietatezza fredda e razionalizzatrice, tipica dei popoli sassoni, abituati da millenni a dividere pragmaticamente e barbaramente in due ogni realtà, ha abituato il mondo intero a non approfondire più nessuna conoscenza, anzi ad ogni giudizio di merito.
Quando da bambino andavo negli Stati Uniti trovavo alquanto strano che la gente autoctona (e a St. Louis la gente è indigena sul serio) si sentisse in dovere di biascicare quattro suoni che non risconoscevo: “capisc’! capisch!”. Sorridendo, soddisfatta dello sfoggio di cultura che aveva potuto sbattermi in faccia, sebbene io (per quanto ricordi ad oggi) nemmeno riuscissi a capire cosa stesse sillabando o significando.
Cresciuto un poco ancora, mi sono comunque scontrato con simili fatti, quando in Svizzera mi son sentito dare del mafioso da alcuni arabi miei compagni di stanza del colleggio, più come un complimento che come insulto: gli Italiani (ebbene, non potevano nemmeno immaginare le differenze intercorrenti tra un Siciliano e un Italiano) son tutti fieramente mafiosi, a loro giudizio, vieppiù se si chiamano Provenzano, tanto quanto per alcuni di noi tutti gli arabi sono fieramente terroristi.
Non posso negare che in molte generalizzazioni risieda una radice di verità, tanto più che il fatto che si applichino a noi stessi ci fanno irritare immediatamente, segno che un nervo è stato toccato: è tanto più vero, però, che non dalla radice, ma dalla foglia si giudica un buon raccolto (come il mio buon padre contadino potrebbe confermare).
In questi giorni, dunque, ho sentito sproloqui sulle televisioni di mezza europa (seguo abitualmente TVE, France24 e TF1) sul popolo italiano e sulla pervicace nostra voglia di sangue, di quei poveri combattenti per la libertà che furono i PAC, i NAR e le BR, oggi profughi in Francia o Brasile, essendo noi tutti dei terribili fascisti.
Ho subito, quasi per una forma di masochismo psicologico, le interviste a personalità della cultura francese (bene o male, gli omologhi transalpini della nostra intelighenzia ignorante nazionale d’esportazione), alla ricerca di frasi d’effetto che facciano parlare di se, sfruttando momenti sconosciuti di una storia complessa, di un Paese complesso, che per loro altro non è che un esercizio stilistico e ludico.
Ho pregato che qualcuno dei nostri esponenti politici ribattesse a tono, chiedendo loro (anche in maniera generica) come considerassero il Front Nationel Algerien, il Service d’Action Civique, ovvero l’Action Directe (per essere bipartizan nella citazione anche dei gruppi terroristici francesi): avrebbero mai accettato che qualche attore o scrittore italiano si schierasse apertamente a favore di uno dei suddetti gruppi, che portarono morte e distruzione nella Francia degli anni ‘60-’80?
Dovrei realmente non curarmene, ciniscamente riducendo il tutto alle sciocchezze di ricchi annoiati (un poco come molti dei comunisti d’oggi giorno, ma anche d’allora) o nostalgici tragi-comici, eppure non riesco: la simpatia, la tolleranza e persino condivisione di ideali folli, che hanno mostrato le evidenti fallacità anacronistiche, non solo in Italia (ricordate Der Baader-Meinhoff Komplex in Germania, The Weatherman negli USA, o ETA in Spagna), sta rischiando di leggittimare il ritorno a certe forme estreme di contestazione, basate per lo più su assunti falsi.
Le rivendicazioni dei movimenti rivoluzionari degli anni post-bellici, infatti, erano quelle di popoli presuntamente oppressi da regimi dittatoriali fascisti, eletti in base a elezioni irregolari: oggi, più che allora, tali basi ideologiche (ma vorrei più correttamente chiamarli “deliri”, fomentati per strumentalizzarli a fini politici) sono mancanti.
E’ vero, invece, la mancanza totale di ideali della gioventù moderna, assalita dall’apatìa consumistica, che riduce l’essere umano al rango di consumatore, per sfuggire alla quale, inconsapevolmente o meno, si rincorrono vecchi slogan desueti, involontariamente perpetuando lo schema consumistico dal quale si tenta di evadere (laddove la protesta, anche violenta, viene ridotta a una semplice moda da seguire, più che a un’espressione di ideologie).
Ma l’Italia è questo, stando ai nostri cari amici francesi: pizza, mandolino, mafia e terrorismo… Capisc’!
Paura gialla

Il presidente Mao Zedong, visto da Andy Warhol
La recente crisi economica, alimentata da artefici finanziari di cui tutti ormai, seppur per larghi tratti e senza nessun dettaglio specifico, siamo a conoscenza, ha devastato il nostro modo di vivere (il lifestyle, lo definirebbero gli americani), riducendo le nostre solide certezze d’un tempo in macerie fumanti.
Il sistema attuale, iniziato (come molte delle cose cattive dell’era moderna) negli Stati Uniti d’America, seguito alla fondazione, da parte dei maggiori banchieri dei primi anni del secolo decimo-nono (J. P. Morgan, Rockefeller e i fratelli Solomon, guidati dal senatore Aldrich), della Federal Reserve, ha mostrato il suo lato fallimentare più e più volte: il fomento di guerre con scandenza decennale, allo scopo di risanare più che arricchire le casse di istituzioni finanziare sempre sull’orlo del baratro, ne è solo la visibile zincaglia. Per colpa di tale sistema, si è avuto il fenomeno conseguente della mondializzazione, ancor prima della globalizzazione (mirabilmente descritta da Naomi Klein in “No Logo”): l’esportazione di conflitti ed interessi su scala mondiale, per il maggior profitto e la maggiore necessità di economicità.
Personalmente ho perso il conto del numero di crisi, bolle, crack che in un secolo di finanza americana si sono verificate: sebbene quella attuale e quella del ventinove siano le maggiormente visibili, molte e molte altre le hanno precedute (anticipandole, in alcuni casi) e seguite, portando in alto o in basso la nostra società occidentale. Sicuramente posso dire di essere testimone della più grave e più seria crisi economica della mia epoca.
La mondializzazione dell’economia ha avuto anche i suoi effetti benefici, sebbene non per gli europei e per la cultura occidentale, propagandata per secoli come il modello sul quale calibrare tutte le altre. Infatti nazioni, le quali ancora una diecina d’anni fa avremmo considerato appartenenti al terzo mondo economico e culturale (quali Brasile, Vietnam, Nigeria, Pakistan, India e in particolare Cina) oggi assurgono alle posizioni di grandezza che una volta competevano a poche nazioni europee e nordamericane, imponendo nuove leggi, regole e modelli.
Scimmiottando il metodo italiano post-bellico, basato sull’estream povertà, assenza di regole, qualità e bassi costi di produzione e vendita, questi nuovi giganti dell’economia mondiale stanno distruggendo il sistema produttivo al quale eravamo abituati da qualche decennio.
Effetti collaterali meno piacevoli, che si accompagano al piacevole ridursi dei costi di molti prodotti di largo consumo (giocattoli, telefonini, elettrodomestici, abbigliamento e altro ancora), sono naturalmente la perdita del potere contrattuale che ormai inesorabilmente colpisce i Paesi occidentali (Stati Uniti d’America su tutti), un tempo egemoni, circa temi fondamentali quali economia, clima, risorse energetiche.
In quanto europei, abbiamo patito nel trascorso mezzo secolo la sudditanza politico-economica derivante dalla sconfitta nella seconda guerra mondiale, nei riguardi di americani e russi: di recente stiamo cercando di metabolizzare il declassamento a sudditi di cinesi, arabi e brasiliani, i quali, facendo leva sulla nostra vena consumistica, mirabilmente importata insieme alla democracy, ci ha reso loro schiavi, laddove non si accetta più di pagare qualche euro (nell’ordine delle diecine) in più per acquistare beni futili e ludici.
Così avviene che colui il quale per decenni era stato visto quale l’uomo più potente del mondo, il leader del mondo libero (come amabilmente la propaganda nazionalista lo ha dipinto in testi e pellicole), il Presidente degli Stati Uniti d’America, si debba recare presso un governo dittatoriale (lascio l’analisi del paradosso di essere il leader della democrazia mondiale che viene comandato da una dittatura a gente migliore di me) per pietire concessioni, ricalcando l’immagine dickensiana dell’orfanello Oliver Twist che con la ciotola in mano chiede “signore, ho fame: può darmene un altro poco [di cibo]?”; e costretto ad accettare rifiuti senza poter protestare.
E sotto la punta , tutto il resto dell’Iceberg: nessuna trasmissione televisiva, nessun articolo, nessun saggio, nessuna divulgazione pubblica, deve descrivere le condizioni di vita, le pecche e le manchevolezze, le slealtà e tattiche commerciali immorali attuate da tali Paesi: non si voglia si possano irritare, tirandoci il guinzaglio corto al punto di strangolamento.
Grazie democrazia per avermi ridotto al rango di servo: la libertà mi ha obbligato a spendere per acquisire cose di cui non necessitavo; la cosa mi ha reso schiavo del possesso; il possesso mi ha reso servo di padroni che una volta erano miei servi.
Fermate la giostra! [mi viene da vomitare]
La mia carriera politica l’ho iniziata molte lune addietro (come chi mi conosce o mi legge saprà di già), nel tempo in cui cambiamenti epocali nella mia terra stavano avvenendo, e la partecipazione al cambiamento era un obbligo per chiunque non volesse che delegare ad altri l’onere di modellare il nuovo mondo nascente.
Un muro, politico ancorché fisico, era appena caduto a Berlino, sommergendo ideologie, teorie, tesi e antitesi, lasciando in macerie un vecchio mondo che aveva costretto i nostri padri alla paura, all’ostilità, a privazioni e sacrifici, carestie e povertà: finalmente la cortina era stata sollevata e tutti potevamo guardare i nostri antichi nemici negli occhi ed essere ottimisti circa il futuro che ci attendeva. Incombeva il liberalismo.

Antonio Di Pietro, oggi leader politico, un tempo distruttore della politica
Era il 1994 e le ideologie morivano sotto il peso di tangenti, avvisi di garanzia, scandali, amanti e starlette: tutti i capisaldi di una nazione intera erano venuti a mancare e le rivoluzioni, moralistiche e ideologiche, combattute per quasi quarantanni trionfavano. Quantomeno, così si pensava.
Sono quindici anni più vecchio, al giorno in cui scrivo, e quel poco che vedo cambiato lo trovo peggiorato: laddove un tempo la pratica, bieca e nauseante, della prostituzione intellettuale di elementi della politica e della cultura avveniva con modi che la elevavano al rango di linea politica, tale da giustificare cambi radicali di direzione quali svolte epocali di una mentalità, oggi più banalmente, probabilmente con nessuna considerazione per l’intelletto critico degli osservatori, essa avviene a livello superficialmente fisico, tramite la cessione del proprio corpo ovvero a seguito di calcoli clientelari.
In molti giovani al tempo ci siamo schierati per rivendicare un mondo non oppresso da regimi ideologici, violenti e dispotici, vedendo alle porte una nuova Presa del palazzo d’inverno, che in effetti stava preparandosi: ultimo baluardo della libertà e della ragione di questa nazione.
Ci abbiamo creduto e abbiamo combattuto, idealmente e fisicamente, rispondendo agli argomenti o alle bastonate dei nostri avversari. Siamo stati traditi.
Pochi della mia generazione, che pur sulla soglia dei trentanni stenta a definirsi maturo (ma insegue ancora l’appellativo di giovane o di giovanissimo), ormai coscientemente riesce ad affermare, a se stesso e agli altri, di credere più in qualcosa, non quanto vi credette un tempo; non quanto sarebbe giusto.
Nelle discussioni con i miei amici s’indugia spesso e volentieri, e sovente con toni forti, nella considerazione dello stato delle cose attuali: laddove io affermi di credere ancora in un cambiamento, in un miglioramento, ricevo subito l’opposizione di qualcuno che, vantandosi, afferma il proprio scetticismo, cinismo e lassismo.
io non ho mai votato in vita mia
La frase che mi è capitato di sentire più volte in questi tempi bui: sembra quasi che l’idea di non aver partecipato allo scempio in corso renda più innocenti: ciò rende anzi più colpevoli; importa poco se sei contrario rispetto alle idee della maggioranza o dei tuoi oppositori, nel momento in cui ti astieni dal tenere una discussione lasci che l’altro vinca e affermi le proprie senza contestazione.

Gianfranco Fini, un tempo leader dei post-fascisti, oggi riferimento per la Sinistra tutta.
Seguendo tale principio, nella totale indifferenza di una generazione cinicamente distaccata (ma sempre pronta a contestare, qualora il risultato che si attendeva, non contribuendovi in alcuna maniera, non si verifica), il sovrano illuminato si è fatto dittatore e ha nominato un cavallo senatore.
Per la ricerca del potere, fintamente reso accessibile a più, ovvero per paura delle conseguenze, o semplicemente per fascinazione, un popolo intero ha accettato e premiato comportamenti, i più riprovevoli alle volte, nella negazione totale di alcun moralismo, quasi questa parola fosse di per se stessa offesa.
Sono in grande imbarazzo quando osservo uomini politici, che il giorno prima avrei seguito fino al martirio, rinnegare con veemenza le proprie azioni e le proprie idee, alla ricerca di tornaconti personali, in sfregio alla frase
Se ad un certo punto della tua vita cambi ideologia, o non valeva niente ciò in cui hai creduto, o non vali niente tu come uomo (G. Almirante)
La qual cosa non è diversa, come puntualizzato sopra, dalla prostituzione fisica, forse ben peggiore, praticata da giovani donne, scevre di ogni idea, nei confronti dei potenti, alla ricerca di notorietà e personale appagamento.
Ho bisogno di prendere un poco d’aria e di far chiarire la visione annebbiata che ho del futuro di questa Nazione: forse le immagini che scorrono di fronte ai miei occhi sono solo allucinazioni causate dal vorticoso girare di questa giostra impazzita che è la politica italiana. Lo spero tanto.
Dinastie in picchiata
Chi in questi giorni non si sta facendo matte risate nell’osservare le storie e storiacce di cui il primo ministro italiano, sua maestà Silvio I, si è andato a impelagare? Lo spettacolo a cui si assiste è paragonabile a un incidente d’auto sull’autostrada: passiamo accanto, inorridiamo eppure siamo curiosi di vedere un morto tra le lamiere, accusandolo verbalmente o mentalmente di irresponsabilità, essendo stato quegli troppo irresponsabile nel guidare ad alta velocità, sebbene non si abbia ben chiara la dinamica dell’incidente.
Non amo parlare dei fatti odierni, preferendo un tono più assoluto che non si soffermi sugli accadimenti giornalieri, ma che prenda in esame il lungo termine delle evoluzioni: eppure in questo caso, così pervasivo negli organi di stampa, così appassionante, come solo le novelle d’amore da pochi euro, sono stato anche io colpito dallo schianto, causato da motivi così futili, tanto quanto l’eco immenso che esso ha fatto risuonare intorno a sé.

La "triade" della FIAT: Sergio Marchionne, Luca Cordero e John Elkann.
Nonostante l’ostentata forma di repubblica laica e secolare, l’Italia è sempre stata una nazione attanagliata da rituali arcaici, quali il rispetto per il nome, la posizione o il lignaggio di un personaggio, al punto tale che a tutt’ora, settantanni dopo la dichiarazione della fine del sistema monarchico, duchi, principi, conti e baroni ancora tengono il proprio titolo in bella mostra e sono riveriti e ossequiati, ben lungi dal merito o dal contesto.
Le famiglie reali sono sempre state nell’immaginario dei popoli, senza limiti geografici o culturali (si pensi a cosa sia per gli Americani la dinastia Kennedy, ex contrabbandieri di alcohol negli anni del proibizionismo, che da decenni controlla i destini politici degli Stati Uniti), alla continua ricerca di una guida, di un principe dall’arme scintillante che conduca a vittorie e plachi le paure.
In assenza di una tale figura, l’Italia ha cercato nella nuova borghesia un’immago che quanto meno potesse avvicinarsi a tale concezione: per decenni la famiglia Agnelli ha dominato i cuori e le menti della nazione intera, aristocraticamente intoccabili e di gusti sopraffini, benché i natali non nobili, i quali controllavano politici, manager o semplici uomini e donne, dei quali si facevano dispensatori di fortune e disgrazie, a seconda dei capricci o degli interessi che essi rappresentavano.
Con tale potere economico e carismatico, per decenni gli italiani hanno finanziato, a mezzo di tasse o agevolazioni fiscali, gli intrallazzi più o meno leciti delle aziende familiari, spesso in affanno finanziario, le quali di converso hanno sempre mugugnato al momento di dover restituire parte di ciò che avevano ottenuto, sovente anzi penalizzando i loro stessi clientes e benefattori, delocalizzando la produzione dei propri prodotti in altre nazioni.
Mi sovviene alla memoria una lettera, ritrovata (o svelata) qualche anno fa, nella quale il Cavaliere Mussolini ebbe a lamentarsi del comportamento degli Agnelli, che dal regime fascista prendevano soldi e benevolenza (nel fermare proteste operaie del sindacato) e al contrario non facevano che chiedere; sprezzante, a un certo punto del testo, il Duce del Fascismo si lancia in un’invettiva e minacce di scatenare lo sciopero se tali richieste fossero continuate.
A quanto pare da ciò, gli Agnelli non furono una spina nel fianco dei nostri genitori, ma bensì anche dei nostri nonni.
Le alterne fortune, che negli anni, a dispetto dell’ingente mole di danaro pubblico ottenuto in concessione, hanno condotto le principali aziende della famiglia a perdere sotto quasi tutti i fronti nei quali queste competevano, condussero a un punto dato per il quale la maggiore di tali aziende (la FIAT) versasse in condizioni moribondesche, con lo spettro di una bancarotta imminente.
Sebbene l’arrivo di Sergio Marchionne alla guida di tale azienda abbia costituito il salvataggio di essa (ed altre), ha anche definito l’inizio di un’inesorabile erosione del potere degli Agnelli nella gestione: Jaki (all’anagrafe John: il soprannome viene dallo stesso rifiutato in quanto segno di diminutio) Elkann infatti vede diminuire sotto i suoi piedi le quote azionarie della famiglia, acquisizione dopo acquisizione, nell’ammodernamento del sistema industriale, che spazza via le vecchie icone e le tritura sotto le macine della produzione.

Silvio Berlusconi, in un'immagine della sua giovinezza.
Liquidati gli Agnelli, la nazione si è rivolta negli ultimi anni a un parvenu, un self-made man (come generosamente gli Americani definiscono tali figure), che ha costruito un impero tale da rivaleggiare e in alcuni momenti soppiantare quello della FIAT, dominatore di decenni passati.
Berlusconi, incoronato Silvio I di Arcore, piace anche di più, essendo di una cerchia più popolare, più vicina ai modi e la cultura della gente comune, quella che per anni ha guardato i suoi programmi televisivi, quella che ha comprato i suoi giornali e che lo ha votato per uno scranno in parlamento, come mai nessuno prima di lui (gli Agnelli avevano un seggio senatoriale riservato, ma assegnato dal re o dal presidente della repubblica di turno).
Ai più sembravano buffe eccentricità le sue superficialità (il simbolo simil-nobiliare del biscione ricamato nei giardini delle residenze e installato nelle cotte d’armi acquistate, le operazioni di chirurgia estetica, le ostentazioni delle amanti di dozzinale bellezza ovvero l’uso del titolo onorifico di “Cavaliere” quale schiatta di nobiltà), che oggi ritornano indietro come un colpo di frusta mal indirizzato.
Con un onerossisimo divorzio imminente, che verosimilmente farà venir fuori squallori ancora non noti della vita del Cavaliere (quelli noti hanno, nell’inconsapevolezza comune, abbassato il livello sociale generale), anche la dinastia reale dei Berlusconi sembra diretta verso la frantumazione: liti per l’eredità economica tra i figli naturali, quelli illegittimi (che prima o poi scopriranno i propri diritti), quella politica tra gli alleati che da tempo malsopportano tanta luce accecante proveniente dai 64 denti in bella mostra, e quella morale, ormai contesa solo da animali di cortile.
Si attende dunque di trovare un nuovo sovrano per quest’Italia dai cuori in frantumi.
Come ritrovare la fede in due ore
Ultimamente mi sono dedicato parecchio al tema religioso, affrontando il conflitto tra le tre dottrine monoteistiche in atto in Europa, analizzando la situazione della Chiesa Cattolica, o dando addosso all’Islam. A dispetto del titolo, però, questo articolo non sarà circa la fede propriamente detta, bensì quella che molti militanti politici, tra le cui fila mi annovero di malavoglia, hanno nei confronti di un partito o di un’ideologia filosofico-culturale.

Giovani comunisti in corteo: portano fieramente la bandiera di una nazione distrutta dalla povertà e miseria che la loro ideologia ha portato, una volta applicata alla vita reale
Chi ha fatto politica attivamente, infatti, può comprendere come molti interessi personali, famigliari o di categoria prima o poi cominciano a svanire, coperti da quel sentimento che cresce nel petto di appartenere a uno schieramento di fazioni in lotta per il salvataggio della propria nazione: per molti, prende le forme di una discesa in guerra.
Ma, come in guerra, le truppe che formano le fila di un battaglione che fronteggia un esercito avverso devono essere ben motivate e votate anche alla morte pur di prevalere: negli ultimi tempi, con la caduta del pensiero ideologico politico (il cosiddetto postideologismo) e il prevalere di interessi economici su quelli filosofici e culturali, la motivazione delle truppe di entrambi gli schieramenti che si fronteggiano in Italia (PD e PDL) si è parificata a quella dei mercenari che combattono per un signore che paga bene, ma che sarebbero pronti a tradirlo il giorno stesso, qualora ricevessero una migliore offerta.
In siffatto ambiente, le mie convinzioni hanno iniziato a vacillare, devastate dal senso di delusione nel constatare la quasi totale mancanza di alcuna motivazione ideologica nella gran parte dell’Italia, appalesata dal consenso vasto dato alle fusioni fredde avvenute tra post-comunisti e cattolici oltranzisti a sinistra e post-fascisti e quell’insieme informe di ex socialisti, democristiani, liberali, repubblicani (e chi ha più sigle da aggiungere lo faccia, vista l’eterogenità), rappresentato da ForzaItalia, contraddicendo palesemente tutto ciò che si era propagandato per decenni, fino addirittura a qualche mese fa.
Lo smarrimento era tanto e l’animo crepato da molteplici scosse alle certezze granitiche che per anni avevo avuto: come un cane ferito mi aggiravo, immaginariamente, tra la gente che un tempo chiamavo nemica e che oggi rappresentava il mio alleato in guerra.
Al tramonto di ogni convinzione, mi sono finalmente imbattuto in un gruppo di comunisti arrabbiati (loro stessa definizione), i quali tra uno slancio di utopia e degli insulti disordinati, ha operato una grande opera di restaurazione del mio fervore politico.
Quel giorno ho passato circa due ore di una mattina piovosa e turpe a discutere sui temi dell’immigrazione, delle religioni, dell’economia e del lavoro: ho infine ricordato perché, ormai quindici anni fa (a 13 anni), entrai in politica attivamente e sono ritornate vive quelle emozioni che ormai avevo dimenticato, superate dalle situazioni opportunistiche, dal moderatismo; ho ricordato una frase di Giorgio Almirante, personaggio ridotto ormai a semplice simbolica figura retorica nei discorsi con i capi della Destra (o di ciò che miseramente ne rimane) per tenere stretti a se i nostalgici, che recitava più o meno così: “se ad un certo punto della tua vita cambiano le tue idee, o non valevano niente le tue idee o non vali niente tu come uomo“.

Immagine umoristica sui tre principali filosofi del communismo (Marx, Engels, Lenin): la loro visione utopistica e oltranzista ha distrutto ogni nazione nella quale è stata applicata
E quella mattina un’epifania mi ha raggiunto e fulminato. Per molti anni ho studiato in una scuola cattolica di tendenza sinistroide (i cosiddetti catto-comunisti), per poi passare in un liceo del tutto comunista, all’interno del quale in pochi eravamo a sostenere le ragioni della Destra e venivamo presi per pazzi (come rappresentante d’istituto le ho prese più volte dai più esagitati, che non volevano si esprimesse un parere contrario al loro): per un buon quindicennio, quindi, ho vissuto in una condizione di quasi inferiorità culturale, arrivando a maturare io stesso un complesso di inferiorità rispetto alla grande intelligentia comunista, che citava Marx, Heideger, Kant e Gramsci, laddove io non avevo appigli culturali ai quali aggrapparvi, non essendo Plebe, Gentile, D’Annunzio o anche solo De Felice, insegnati nelle scuole che avevo frequentato.
Eppure, in due ore sono riuscito finalmente a capire ciò che in molti anni non mi era stato chiaro: cioé che quella gente, così aggressiva, falsamente preparata e massicciamente indottrinata, non era nientaltro che una massa di poveracci, i quali non sapevano con chi prendersela per la loro misera condizione, e nello smarrimento più totale avevano costruito tesi di complotti, le più mirabolanti, pari a quella sionista dei Savi di Sion.
E infine ho capito di essere nel giusto, di essere l’ultimo baluardo contro la presa del potere di gente che condurrebbe la mia Patria alla morte certa, soffocata da un ammasso informe di utopie e ideologie fantastiche, fortunatamente mai applicate in Occidente.
Ho colto il loro egoismo fondamentalista, che non mira in alcun modo a stabilire un sistema migliore, non prende in considerazione l’universo del possibile, ma cerca di applicare, facendo ricorso a teorie vetuste e sconfessate dalla storia, che possano dimostrare la loro superiorità, in spregio di tutti gli altri: poveri uomini e donne alla ricerca di un orgasmo intellettuale interrotto dal sopraggiungere della realtà.
Se anche voi che leggete, ad un certo punto, avete perso la speranza e vi siete arresi al nichilismo imperante e alla prevalenza degli interessi economici sulle vostre idee, posso solo consigliarvi di immergervi in un contesto avverso, non importa di quale orientamento: nel combattere per non essere sopraffatti ritroverete voi stessi, o capirete di essere stati uomini da poco.