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Uno sguardo personale alla Politica

Adulanza

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Angelo Mellone

Ieri (venticinque gennaio duemiladieci) è capitato che leggessi un articolo su Il Foglio, a firma di Camillo Langone, molto acre e irriverente, tutto votato all’attacco di Angelo Mellone, noto giornalista, opinionista e recentemente presentatore, proveniente, se non più appartenente, all’area riformista delle destra italiana, reo di essersi prostrato ai piedi del principe Fini, barattando la propria onestà intellettuale in cambio di un futuro posto da sottosegretario, consigliere d’amministrazione RAI, o simil cosa.

Devo dire che conosco Angelo, seppur virtualmente (Facebook è una grande risorsa per tutti coloro i quali vogliono poter dire “lo conosco!”), da qualche tempo, e lo leggo da molto più tempo (ad oggi potrei dire una diecina d’anni, quando pochi sapevano chi fosse), ritenendolo un valido esponente della destra culturale italiana: contornati dai vari De Angelis di turno, spaccateste e  nostalgici dell’era post-fascista (altresì detta neo-nazista) della Repubblica di Salò, Mellone mi è subito apparso illuminante e moderno, anche perché, dopo anni di ideologi di destra che a malapena sapevano coniugare il verbo essere in un corretto italiano.

Non appartengo alla schiatta di coloro i quali ragionano secondo il principio post hoc ergo propter hoc (“dopo di ciò quindi a causa di ciò”), che nel caso in questione vorrebbe che le accuse di Langone siano vere, riducendo qualunque azione al suo effetto; ciò non di meno ho notato negli ultimi tempi un ammorbidimento nelle posizioni propagandate da Angelo Mellone (per dire di colui di cui si sta trattando: la stessa critic la muovo anche a Filippo Rossi, Franco Bechis e altri), speculando il comportamento del leader, ormai caduto in disgrazia presso i suoi, della destra italiana (Fini, ndr), in contraddizione con molte delle posizioni fondamentali che contraddistinguono le ideologie classiche (es. aborto, eutanasia, famiglia, cittadinanza).

Noto sempre di più e con sempre maggior angoscia un fenomeno adulatorio nei confronti del potente impossessarsi della destra italiana: seppur un mal-costume tipico del nostro popolo (da uomo del sud posso testimoniarlo maggiormente), per decenni l’ambiente cultural-politico della Destra ne era rimasto immune, contraddicendo il principio del conservatorismo ossequiante, elevandoci alla stregua di gente sempre in lotta col potere, impermeabili ad ogni corruzione morale o pecuniaria (non per niente, quello che allora era il Movimento Sociale Italiano uscì dalla fase di Tangentopoli come unico non toccato da alcuna inchiesta).

Sandro Bondi, il prototipo del nuovo modello di "ossequiante" al potere

L’avvento di Silvio Berlusconi sulla scena politica, vieppiù nelle fila del centro-destra, ha galvanizzato molti (me compreso, da principio), facendo ritenere che l’avvento d’un nuovo messia, dopo il Duce, fosse ormai giunto e che saremmo stati tutti condotti alla vittoria contro i demoni del comunismo e la follia delle conseguenze che esso avrebbe apportato alla nostra Patria.
Ma questa venuta e gli anni che ne sono seguito hanno sconvolto grandemente il nostro concetto di purezza intellettuale: uomo pragrmatico (ghe pensi mi) e di scarsa cultura personale, il Cav. non ha mai amato, come molti imprenditori del suo rango, la presenza di chiunque non sia d’accordo con le sue scelte, il quale viene immediatamente emarginato per non apportare nocumento all’immagine del leader; nel tempo, tale prassi ha condotto ell’emersione di mediocri uomini, privi di ogni morale o ideologia (si parla oggi di politica post-ideologica per definirne il comportamento), che infoltiscono le schiere adulanti personaggi, aspiranti nella benevolenza del signore del partito.

Corruptio optimi pessima

Così l’appiattimento di ogni discussione politica ha annichilito ogni elaborazione, facendo ormai ritenere gli opinionisti e i giornalisti dei semplici esecutori di comandi superiori, assimilati a compiacenti divulgatori del pensiero dominante: non se ne abbia a male, quindi, Angelo Mellone se quell’iconoclasta di Langone, finché ancora non omologato a voce di partito, lo attacchi tal duramente (magari facendo affidamento solamente sulla realtà da lui percepita): le critiche fanno male e sono irritanti, vieppiù se avvertite come ingiuste, ma aiutano a vedere ciò che non riusciamo più a notare.

Written by Antonello Provenzano

26 gennaio 2010 alle 1:37 pm

Pubblicato in politica, società

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Termini al termine (finalmente)

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Quando si viaggia sull’autostrada [regionale] che va da Palermo a Messina, poco dopo l’uscita di Villabate, s’iniziano a scorgere delle ciminiere bianche e rosse a strisce orizontali, che vanno definendosi man mano che vi si avvicina: sin da quando ero un bambino, e con la famiglia andavamo in villeggiatura in una casa sul mare vicino Cefalù, le ho osservate dal finestrino della macchina, incuriosito e talvolta affascinato dalla possenza e dal singolare aspetto.

Quelle ciminiere, scoprii in età più matura, erano in realtà l’unico segno dell’industrializzazione nell’occidente Siciliano: si ergono ancora (e per poco inoltre) nel mezzo di un deserto di capannoni industriali cadenti, vuoti e scheeletrici, che muovono sulle labbra un sorriso isterico quando si legge sulla strada l’indicazione “Zona Industriale”, con riferimento all’area in questione.

Per decenni l’attività principale del territorio circostante è stata la produzione  di automobili FIAT (a onor del vero: di pessima qualità) e Lancia, la qual cosa ha incrementato la popolazione dei comuni circostanti (Termini Imerese, Villabate e Bagheria), attirando villici da ogni angolo della Sicilia occidentale, in cerca del posto fisso in fabbrica.
Al fine di fomentare tale afflusso, innegabilmente per motivi elettoralistici, i potenti signori del territorio (deputati regionali, nazionali e sindaci) hanno spinto forzosamente la Regione  Siciliana a fungere da ufficiale pagatore e corruttore, nella misura in cui, camuffati da incentivi e altri sgravi fiscali, ha corrotto l’azienda torinese, da sempre in crisi per la scarsità delle vendite dei propri modelli, purché continuasse la produzione sulle rive dell’Imera.

Sergio Marchionne, il nuovo Signore di casa FIAT

Gli Agnelli, è noto, sono gran brutta gente, e da tanto ormai (sebbene con buoni matrimoni nobiliari si siano affrancati e innalzati al rango di nobili borghesi, come i loro omologhi americani, originariamente trafficanti di alcohol, i Kennedy): è noto uno scambio epistolare tra il Duce del Fascismo (Mussolini, insomma) e il Cavaliere Giovanni Agnelli, nel quale il secondo pietiva fondi pubblici (già un secolo fa!), minacciando il primo, e questo di rimando minacciava scioperi nelle fabbriche da parte del sindacato fascista. In varie occasioni Mussolini ebbe modo di lamentarsi con i suoi collaboratori delle insistenze dell’industriale torinese, riducendolo a un pietente incapace.
I decenni son trascorsi, ma lo stile Agnelli non è cambiato: fondi pubblici, a fronte di impieghi di amici e clientes dei vari potenti di turno: un circolo del vizio che ha funestato le casse pubbliche, contribuendo in grande misura al disavanzo nazionale.

Ebbene, a un certo punto della nostra storia arriva d’improvviso una crisi economica, e conseguentemente industriale, senza pari da quasi un secolo: si devono dismettere tutti i rami secchi e puntare sul tronco vivo.
L’illuminato nuovo signore di casa Agnelli, Sergio Marchionne, elabora una strategia molto concreta, al fine di superare l’imprenditoria statalista: pone fine alle clientele e punta sulla qualità e quantità della produzione. Ergo, lo stabilimento di Termini Imerese non è più necessario, in quanto gestito male, improduttivo e costoso, a favore di quelli polacco di Gdànsk (Danzica), dove con metà dello stipendio di un metalmeccanico siciliano, il suo omologo polacco produce un terzo in più.

Per quanto personalmente trovi ripugnante l’idea di sovvenzioni statali (leggasi, ad esempio, “incentivi per la rottamazione”) atti a finanziare altri sistemi economici (nell’esempio sopra citato, quello polacco), non posso negare che sia del tutto logico che una società privata tenda al profitto e razionalizzi i sistemi produttivi.
Una separazione amichevole tra Stato Italiano (o Regione Siciliana) e Agnelli è quanto di meglio ci si possa attendere ad oggi, nella speranza che il divorzio sia reso definitivo presto, vista anche la recente acquisizione di importanti mercati stranieri da parte della FIAT-Marchionne.

Written by Antonello Provenzano

12 gennaio 2010 alle 12:57 pm

Capisc’

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Il terrorista rosso Cesare Battisti, modello dell'ingiustizia italiana, secondo francesi e brasiliani

Il terrorista rosso Cesare Battisti, modello dell'ingiustizia italiana, secondo francesi e brasiliani

La bellezza della generalizzazione sta nel fatto che con pochi, semplici, concetti e scarse parole si può definire un intero contesto, sia esso un gruppo di individui, situazioni, ma più spesso (alle volte odiosamente) popoli sconosciuti: si va dei neozelandesi, conosciuti solo per l’haka, ai francesi noti per le baguettes, e naturalmente gli italiani, con la a pizza, il mandolino e la Mafia sotto braccio.
La spietatezza fredda e razionalizzatrice, tipica dei popoli sassoni, abituati da millenni a dividere pragmaticamente e barbaramente in due  ogni realtà, ha abituato il mondo intero a non approfondire più nessuna conoscenza, anzi ad ogni giudizio di merito.

Quando da bambino andavo negli Stati Uniti trovavo alquanto strano che la gente autoctona (e a St. Louis la gente è indigena sul serio) si sentisse in dovere di biascicare quattro suoni che non risconoscevo: “capisc’! capisch!”. Sorridendo, soddisfatta dello sfoggio di cultura che aveva potuto sbattermi in faccia, sebbene io (per quanto ricordi ad oggi) nemmeno riuscissi a capire cosa stesse sillabando o significando.
Cresciuto un poco ancora, mi sono comunque scontrato con simili fatti, quando in Svizzera mi son sentito dare del mafioso da alcuni arabi miei compagni di stanza del colleggio, più come un complimento che come insulto: gli Italiani (ebbene, non potevano nemmeno immaginare le differenze intercorrenti tra un Siciliano e un Italiano) son tutti fieramente mafiosi, a loro giudizio, vieppiù se si chiamano Provenzano, tanto quanto per alcuni di noi tutti gli arabi sono fieramente terroristi.

Non posso negare che in molte generalizzazioni risieda una radice di verità, tanto più che il fatto che si applichino a noi stessi ci fanno irritare immediatamente, segno che un nervo è stato toccato: è tanto più vero, però, che non dalla radice, ma dalla foglia si giudica un buon raccolto (come il mio buon padre contadino potrebbe confermare).

In questi giorni, dunque, ho sentito sproloqui sulle televisioni di mezza europa (seguo abitualmente TVE, France24 e TF1) sul popolo italiano e sulla pervicace nostra voglia di sangue, di quei poveri combattenti per la libertà che furono i PAC, i NAR e le BR, oggi profughi in Francia o Brasile, essendo noi tutti dei terribili fascisti.
Ho subito, quasi per una forma di masochismo psicologico, le interviste a personalità della cultura francese (bene o male, gli omologhi transalpini della nostra intelighenzia ignorante nazionale d’esportazione), alla ricerca di frasi d’effetto che facciano parlare di se, sfruttando momenti sconosciuti di una storia complessa, di un Paese complesso, che per loro altro non è che un esercizio stilistico e ludico.
Ho pregato che qualcuno dei nostri esponenti politici ribattesse a tono, chiedendo loro (anche in maniera generica) come considerassero il Front Nationel Algerien, il Service d’Action Civique, ovvero l’Action Directe (per essere bipartizan nella citazione anche dei gruppi terroristici francesi): avrebbero mai accettato che qualche attore o scrittore italiano si schierasse apertamente a favore di uno dei suddetti gruppi, che portarono morte e distruzione nella Francia degli anni ‘60-’80?

Dovrei realmente non curarmene, ciniscamente riducendo il tutto alle sciocchezze di ricchi annoiati (un poco come molti dei comunisti d’oggi giorno, ma anche d’allora) o nostalgici tragi-comici, eppure non riesco: la simpatia, la tolleranza e persino condivisione di ideali folli, che hanno mostrato le evidenti fallacità anacronistiche, non solo in Italia (ricordate Der Baader-Meinhoff Komplex in Germania, The Weatherman negli USA, o ETA in Spagna), sta rischiando di leggittimare il ritorno a certe forme estreme di contestazione, basate per lo più su assunti falsi.
Le rivendicazioni dei movimenti rivoluzionari degli anni post-bellici, infatti, erano quelle di popoli presuntamente oppressi da regimi dittatoriali fascisti, eletti in base a elezioni irregolari: oggi, più che allora, tali basi ideologiche (ma vorrei più correttamente chiamarli “deliri”, fomentati per strumentalizzarli a fini politici) sono mancanti.
E’ vero, invece, la mancanza totale di ideali della gioventù moderna, assalita dall’apatìa consumistica, che riduce l’essere umano al rango di consumatore, per sfuggire alla quale, inconsapevolmente o meno, si rincorrono vecchi slogan desueti, involontariamente perpetuando lo schema consumistico dal quale si tenta di evadere (laddove la protesta, anche violenta, viene ridotta a una semplice moda da seguire, più che a un’espressione di ideologie).

Ma l’Italia è questo, stando ai nostri cari amici francesi: pizza, mandolino, mafia e terrorismo… Capisc’!

Written by Antonello Provenzano

19 novembre 2009 alle 12:55 am

Paura gialla

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Il presidente Mao Zedong, visto da Andy Warhol

Il presidente Mao Zedong, visto da Andy Warhol

La recente crisi economica, alimentata da artefici finanziari di cui tutti ormai, seppur per larghi tratti e senza nessun dettaglio specifico, siamo a conoscenza, ha devastato il nostro modo di vivere (il lifestyle, lo definirebbero gli americani), riducendo le nostre solide certezze d’un tempo in macerie fumanti.
Il sistema attuale, iniziato (come molte delle cose cattive dell’era moderna) negli Stati Uniti d’America, seguito alla fondazione, da parte dei maggiori banchieri dei primi anni del secolo decimo-nono (J. P. Morgan, Rockefeller e i fratelli Solomon, guidati dal senatore Aldrich),   della Federal Reserve, ha mostrato il suo lato fallimentare più e più volte: il fomento di guerre con scandenza decennale, allo scopo di risanare più che arricchire le casse di istituzioni finanziare sempre sull’orlo del baratro, ne è solo la visibile zincaglia. Per colpa di tale sistema,  si è avuto il fenomeno conseguente della mondializzazione, ancor prima della globalizzazione (mirabilmente descritta da Naomi Klein in “No Logo”): l’esportazione di conflitti ed interessi su scala mondiale, per il maggior profitto e la maggiore necessità di economicità.

Personalmente ho perso il conto del numero di crisi, bolle, crack che in un secolo di finanza americana si sono verificate: sebbene quella attuale e quella del ventinove siano le maggiormente visibili, molte e molte altre le hanno precedute (anticipandole, in alcuni casi) e seguite, portando in alto o in basso la nostra società occidentale. Sicuramente posso dire di essere testimone della più grave e più seria crisi economica della mia epoca.

La mondializzazione dell’economia ha avuto anche i suoi effetti benefici, sebbene non per gli europei e per la cultura occidentale, propagandata per secoli come il modello sul quale calibrare tutte le altre. Infatti nazioni, le quali ancora una diecina d’anni fa avremmo considerato appartenenti al terzo mondo economico e culturale (quali Brasile, Vietnam, Nigeria, Pakistan, India e in particolare Cina) oggi assurgono alle posizioni di grandezza che una volta competevano a poche nazioni europee e nordamericane, imponendo nuove leggi, regole e modelli.
Scimmiottando il metodo italiano post-bellico, basato sull’estream povertà,  assenza di regole, qualità e bassi costi di produzione e vendita, questi nuovi giganti dell’economia mondiale stanno distruggendo il sistema produttivo al quale eravamo abituati da qualche decennio.

Effetti collaterali meno piacevoli, che si accompagano al piacevole ridursi dei costi di molti prodotti di largo consumo (giocattoli, telefonini, elettrodomestici, abbigliamento e altro ancora), sono naturalmente la perdita del potere contrattuale che ormai inesorabilmente colpisce i Paesi occidentali (Stati Uniti d’America su tutti), un tempo egemoni, circa temi fondamentali quali economia, clima, risorse energetiche.
In quanto europei, abbiamo patito nel trascorso mezzo secolo la sudditanza politico-economica derivante dalla sconfitta nella seconda guerra mondiale, nei riguardi di americani e russi: di recente stiamo cercando di metabolizzare il declassamento a sudditi di cinesi, arabi e brasiliani, i quali, facendo leva sulla nostra vena consumistica, mirabilmente importata insieme alla democracy, ci ha reso loro schiavi, laddove non si accetta più di pagare qualche euro (nell’ordine delle diecine) in più per acquistare beni futili e ludici.

Così avviene che colui il quale per decenni era stato visto quale l’uomo più potente del mondo, il leader del mondo libero (come amabilmente la propaganda nazionalista lo ha dipinto in testi e pellicole), il Presidente degli Stati Uniti d’America, si debba recare presso un governo dittatoriale (lascio l’analisi del paradosso di essere il leader della democrazia mondiale che viene comandato da una dittatura a gente migliore di me) per pietire concessioni, ricalcando l’immagine dickensiana dell’orfanello Oliver Twist che con la ciotola in mano chiede “signore, ho fame: può darmene un altro poco [di cibo]?”; e costretto ad accettare rifiuti senza poter protestare.
E sotto la punta , tutto il resto dell’Iceberg: nessuna trasmissione televisiva, nessun articolo, nessun saggio, nessuna divulgazione pubblica, deve descrivere le condizioni di vita, le pecche e le manchevolezze, le slealtà e tattiche commerciali immorali attuate da tali Paesi: non si voglia si possano irritare, tirandoci il guinzaglio corto al punto di strangolamento.

Grazie democrazia per avermi ridotto al rango di servo: la libertà mi ha obbligato a spendere per acquisire cose di cui non necessitavo; la cosa mi ha reso schiavo del possesso; il possesso mi ha reso servo di padroni che una volta erano miei servi.

Written by Antonello Provenzano

17 novembre 2009 alle 9:42 pm

Pubblicato in economia, esteri

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