Fermate la giostra! [mi viene da vomitare]
La mia carriera politica l’ho iniziata molte lune addietro (come chi mi conosce o mi legge saprà di già), nel tempo in cui cambiamenti epocali nella mia terra stavano avvenendo, e la partecipazione al cambiamento era un obbligo per chiunque non volesse che delegare ad altri l’onere di modellare il nuovo mondo nascente.
Un muro, politico ancorché fisico, era appena caduto a Berlino, sommergendo ideologie, teorie, tesi e antitesi, lasciando in macerie un vecchio mondo che aveva costretto i nostri padri alla paura, all’ostilità, a privazioni e sacrifici, carestie e povertà: finalmente la cortina era stata sollevata e tutti potevamo guardare i nostri antichi nemici negli occhi ed essere ottimisti circa il futuro che ci attendeva. Incombeva il liberalismo.

Antonio Di Pietro, oggi leader politico, un tempo distruttore della politica
Era il 1994 e le ideologie morivano sotto il peso di tangenti, avvisi di garanzia, scandali, amanti e starlette: tutti i capisaldi di una nazione intera erano venuti a mancare e le rivoluzioni, moralistiche e ideologiche, combattute per quasi quarantanni trionfavano. Quantomeno, così si pensava.
Sono quindici anni più vecchio, al giorno in cui scrivo, e quel poco che vedo cambiato lo trovo peggiorato: laddove un tempo la pratica, bieca e nauseante, della prostituzione intellettuale di elementi della politica e della cultura avveniva con modi che la elevavano al rango di linea politica, tale da giustificare cambi radicali di direzione quali svolte epocali di una mentalità, oggi più banalmente, probabilmente con nessuna considerazione per l’intelletto critico degli osservatori, essa avviene a livello superficialmente fisico, tramite la cessione del proprio corpo ovvero a seguito di calcoli clientelari.
In molti giovani al tempo ci siamo schierati per rivendicare un mondo non oppresso da regimi ideologici, violenti e dispotici, vedendo alle porte una nuova Presa del palazzo d’inverno, che in effetti stava preparandosi: ultimo baluardo della libertà e della ragione di questa nazione.
Ci abbiamo creduto e abbiamo combattuto, idealmente e fisicamente, rispondendo agli argomenti o alle bastonate dei nostri avversari. Siamo stati traditi.
Pochi della mia generazione, che pur sulla soglia dei trentanni stenta a definirsi maturo (ma insegue ancora l’appellativo di giovane o di giovanissimo), ormai coscientemente riesce ad affermare, a se stesso e agli altri, di credere più in qualcosa, non quanto vi credette un tempo; non quanto sarebbe giusto.
Nelle discussioni con i miei amici s’indugia spesso e volentieri, e sovente con toni forti, nella considerazione dello stato delle cose attuali: laddove io affermi di credere ancora in un cambiamento, in un miglioramento, ricevo subito l’opposizione di qualcuno che, vantandosi, afferma il proprio scetticismo, cinismo e lassismo.
io non ho mai votato in vita mia
La frase che mi è capitato di sentire più volte in questi tempi bui: sembra quasi che l’idea di non aver partecipato allo scempio in corso renda più innocenti: ciò rende anzi più colpevoli; importa poco se sei contrario rispetto alle idee della maggioranza o dei tuoi oppositori, nel momento in cui ti astieni dal tenere una discussione lasci che l’altro vinca e affermi le proprie senza contestazione.

Gianfranco Fini, un tempo leader dei post-fascisti, oggi riferimento per la Sinistra tutta.
Seguendo tale principio, nella totale indifferenza di una generazione cinicamente distaccata (ma sempre pronta a contestare, qualora il risultato che si attendeva, non contribuendovi in alcuna maniera, non si verifica), il sovrano illuminato si è fatto dittatore e ha nominato un cavallo senatore.
Per la ricerca del potere, fintamente reso accessibile a più, ovvero per paura delle conseguenze, o semplicemente per fascinazione, un popolo intero ha accettato e premiato comportamenti, i più riprovevoli alle volte, nella negazione totale di alcun moralismo, quasi questa parola fosse di per se stessa offesa.
Sono in grande imbarazzo quando osservo uomini politici, che il giorno prima avrei seguito fino al martirio, rinnegare con veemenza le proprie azioni e le proprie idee, alla ricerca di tornaconti personali, in sfregio alla frase
Se ad un certo punto della tua vita cambi ideologia, o non valeva niente ciò in cui hai creduto, o non vali niente tu come uomo (G. Almirante)
La qual cosa non è diversa, come puntualizzato sopra, dalla prostituzione fisica, forse ben peggiore, praticata da giovani donne, scevre di ogni idea, nei confronti dei potenti, alla ricerca di notorietà e personale appagamento.
Ho bisogno di prendere un poco d’aria e di far chiarire la visione annebbiata che ho del futuro di questa Nazione: forse le immagini che scorrono di fronte ai miei occhi sono solo allucinazioni causate dal vorticoso girare di questa giostra impazzita che è la politica italiana. Lo spero tanto.
Dinastie in picchiata
Chi in questi giorni non si sta facendo matte risate nell’osservare le storie e storiacce di cui il primo ministro italiano, sua maestà Silvio I, si è andato a impelagare? Lo spettacolo a cui si assiste è paragonabile a un incidente d’auto sull’autostrada: passiamo accanto, inorridiamo eppure siamo curiosi di vedere un morto tra le lamiere, accusandolo verbalmente o mentalmente di irresponsabilità, essendo stato quegli troppo irresponsabile nel guidare ad alta velocità, sebbene non si abbia ben chiara la dinamica dell’incidente.
Non amo parlare dei fatti odierni, preferendo un tono più assoluto che non si soffermi sugli accadimenti giornalieri, ma che prenda in esame il lungo termine delle evoluzioni: eppure in questo caso, così pervasivo negli organi di stampa, così appassionante, come solo le novelle d’amore da pochi euro, sono stato anche io colpito dallo schianto, causato da motivi così futili, tanto quanto l’eco immenso che esso ha fatto risuonare intorno a sé.

La "triade" della FIAT: Sergio Marchionne, Luca Cordero e John Elkann.
Nonostante l’ostentata forma di repubblica laica e secolare, l’Italia è sempre stata una nazione attanagliata da rituali arcaici, quali il rispetto per il nome, la posizione o il lignaggio di un personaggio, al punto tale che a tutt’ora, settantanni dopo la dichiarazione della fine del sistema monarchico, duchi, principi, conti e baroni ancora tengono il proprio titolo in bella mostra e sono riveriti e ossequiati, ben lungi dal merito o dal contesto.
Le famiglie reali sono sempre state nell’immaginario dei popoli, senza limiti geografici o culturali (si pensi a cosa sia per gli Americani la dinastia Kennedy, ex contrabbandieri di alcohol negli anni del proibizionismo, che da decenni controlla i destini politici degli Stati Uniti), alla continua ricerca di una guida, di un principe dall’arme scintillante che conduca a vittorie e plachi le paure.
In assenza di una tale figura, l’Italia ha cercato nella nuova borghesia un’immago che quanto meno potesse avvicinarsi a tale concezione: per decenni la famiglia Agnelli ha dominato i cuori e le menti della nazione intera, aristocraticamente intoccabili e di gusti sopraffini, benché i natali non nobili, i quali controllavano politici, manager o semplici uomini e donne, dei quali si facevano dispensatori di fortune e disgrazie, a seconda dei capricci o degli interessi che essi rappresentavano.
Con tale potere economico e carismatico, per decenni gli italiani hanno finanziato, a mezzo di tasse o agevolazioni fiscali, gli intrallazzi più o meno leciti delle aziende familiari, spesso in affanno finanziario, le quali di converso hanno sempre mugugnato al momento di dover restituire parte di ciò che avevano ottenuto, sovente anzi penalizzando i loro stessi clientes e benefattori, delocalizzando la produzione dei propri prodotti in altre nazioni.
Mi sovviene alla memoria una lettera, ritrovata (o svelata) qualche anno fa, nella quale il Cavaliere Mussolini ebbe a lamentarsi del comportamento degli Agnelli, che dal regime fascista prendevano soldi e benevolenza (nel fermare proteste operaie del sindacato) e al contrario non facevano che chiedere; sprezzante, a un certo punto del testo, il Duce del Fascismo si lancia in un’invettiva e minacce di scatenare lo sciopero se tali richieste fossero continuate.
A quanto pare da ciò, gli Agnelli non furono una spina nel fianco dei nostri genitori, ma bensì anche dei nostri nonni.
Le alterne fortune, che negli anni, a dispetto dell’ingente mole di danaro pubblico ottenuto in concessione, hanno condotto le principali aziende della famiglia a perdere sotto quasi tutti i fronti nei quali queste competevano, condussero a un punto dato per il quale la maggiore di tali aziende (la FIAT) versasse in condizioni moribondesche, con lo spettro di una bancarotta imminente.
Sebbene l’arrivo di Sergio Marchionne alla guida di tale azienda abbia costituito il salvataggio di essa (ed altre), ha anche definito l’inizio di un’inesorabile erosione del potere degli Agnelli nella gestione: Jaki (all’anagrafe John: il soprannome viene dallo stesso rifiutato in quanto segno di diminutio) Elkann infatti vede diminuire sotto i suoi piedi le quote azionarie della famiglia, acquisizione dopo acquisizione, nell’ammodernamento del sistema industriale, che spazza via le vecchie icone e le tritura sotto le macine della produzione.

Silvio Berlusconi, in un'immagine della sua giovinezza.
Liquidati gli Agnelli, la nazione si è rivolta negli ultimi anni a un parvenu, un self-made man (come generosamente gli Americani definiscono tali figure), che ha costruito un impero tale da rivaleggiare e in alcuni momenti soppiantare quello della FIAT, dominatore di decenni passati.
Berlusconi, incoronato Silvio I di Arcore, piace anche di più, essendo di una cerchia più popolare, più vicina ai modi e la cultura della gente comune, quella che per anni ha guardato i suoi programmi televisivi, quella che ha comprato i suoi giornali e che lo ha votato per uno scranno in parlamento, come mai nessuno prima di lui (gli Agnelli avevano un seggio senatoriale riservato, ma assegnato dal re o dal presidente della repubblica di turno).
Ai più sembravano buffe eccentricità le sue superficialità (il simbolo simil-nobiliare del biscione ricamato nei giardini delle residenze e installato nelle cotte d’armi acquistate, le operazioni di chirurgia estetica, le ostentazioni delle amanti di dozzinale bellezza ovvero l’uso del titolo onorifico di “Cavaliere” quale schiatta di nobiltà), che oggi ritornano indietro come un colpo di frusta mal indirizzato.
Con un onerossisimo divorzio imminente, che verosimilmente farà venir fuori squallori ancora non noti della vita del Cavaliere (quelli noti hanno, nell’inconsapevolezza comune, abbassato il livello sociale generale), anche la dinastia reale dei Berlusconi sembra diretta verso la frantumazione: liti per l’eredità economica tra i figli naturali, quelli illegittimi (che prima o poi scopriranno i propri diritti), quella politica tra gli alleati che da tempo malsopportano tanta luce accecante proveniente dai 64 denti in bella mostra, e quella morale, ormai contesa solo da animali di cortile.
Si attende dunque di trovare un nuovo sovrano per quest’Italia dai cuori in frantumi.
Come ritrovare la fede in due ore
Ultimamente mi sono dedicato parecchio al tema religioso, affrontando il conflitto tra le tre dottrine monoteistiche in atto in Europa, analizzando la situazione della Chiesa Cattolica, o dando addosso all’Islam. A dispetto del titolo, però, questo articolo non sarà circa la fede propriamente detta, bensì quella che molti militanti politici, tra le cui fila mi annovero di malavoglia, hanno nei confronti di un partito o di un’ideologia filosofico-culturale.

Giovani comunisti in corteo: portano fieramente la bandiera di una nazione distrutta dalla povertà e miseria che la loro ideologia ha portato, una volta applicata alla vita reale
Chi ha fatto politica attivamente, infatti, può comprendere come molti interessi personali, famigliari o di categoria prima o poi cominciano a svanire, coperti da quel sentimento che cresce nel petto di appartenere a uno schieramento di fazioni in lotta per il salvataggio della propria nazione: per molti, prende le forme di una discesa in guerra.
Ma, come in guerra, le truppe che formano le fila di un battaglione che fronteggia un esercito avverso devono essere ben motivate e votate anche alla morte pur di prevalere: negli ultimi tempi, con la caduta del pensiero ideologico politico (il cosiddetto postideologismo) e il prevalere di interessi economici su quelli filosofici e culturali, la motivazione delle truppe di entrambi gli schieramenti che si fronteggiano in Italia (PD e PDL) si è parificata a quella dei mercenari che combattono per un signore che paga bene, ma che sarebbero pronti a tradirlo il giorno stesso, qualora ricevessero una migliore offerta.
In siffatto ambiente, le mie convinzioni hanno iniziato a vacillare, devastate dal senso di delusione nel constatare la quasi totale mancanza di alcuna motivazione ideologica nella gran parte dell’Italia, appalesata dal consenso vasto dato alle fusioni fredde avvenute tra post-comunisti e cattolici oltranzisti a sinistra e post-fascisti e quell’insieme informe di ex socialisti, democristiani, liberali, repubblicani (e chi ha più sigle da aggiungere lo faccia, vista l’eterogenità), rappresentato da ForzaItalia, contraddicendo palesemente tutto ciò che si era propagandato per decenni, fino addirittura a qualche mese fa.
Lo smarrimento era tanto e l’animo crepato da molteplici scosse alle certezze granitiche che per anni avevo avuto: come un cane ferito mi aggiravo, immaginariamente, tra la gente che un tempo chiamavo nemica e che oggi rappresentava il mio alleato in guerra.
Al tramonto di ogni convinzione, mi sono finalmente imbattuto in un gruppo di comunisti arrabbiati (loro stessa definizione), i quali tra uno slancio di utopia e degli insulti disordinati, ha operato una grande opera di restaurazione del mio fervore politico.
Quel giorno ho passato circa due ore di una mattina piovosa e turpe a discutere sui temi dell’immigrazione, delle religioni, dell’economia e del lavoro: ho infine ricordato perché, ormai quindici anni fa (a 13 anni), entrai in politica attivamente e sono ritornate vive quelle emozioni che ormai avevo dimenticato, superate dalle situazioni opportunistiche, dal moderatismo; ho ricordato una frase di Giorgio Almirante, personaggio ridotto ormai a semplice simbolica figura retorica nei discorsi con i capi della Destra (o di ciò che miseramente ne rimane) per tenere stretti a se i nostalgici, che recitava più o meno così: “se ad un certo punto della tua vita cambiano le tue idee, o non valevano niente le tue idee o non vali niente tu come uomo“.

Immagine umoristica sui tre principali filosofi del communismo (Marx, Engels, Lenin): la loro visione utopistica e oltranzista ha distrutto ogni nazione nella quale è stata applicata
E quella mattina un’epifania mi ha raggiunto e fulminato. Per molti anni ho studiato in una scuola cattolica di tendenza sinistroide (i cosiddetti catto-comunisti), per poi passare in un liceo del tutto comunista, all’interno del quale in pochi eravamo a sostenere le ragioni della Destra e venivamo presi per pazzi (come rappresentante d’istituto le ho prese più volte dai più esagitati, che non volevano si esprimesse un parere contrario al loro): per un buon quindicennio, quindi, ho vissuto in una condizione di quasi inferiorità culturale, arrivando a maturare io stesso un complesso di inferiorità rispetto alla grande intelligentia comunista, che citava Marx, Heideger, Kant e Gramsci, laddove io non avevo appigli culturali ai quali aggrapparvi, non essendo Plebe, Gentile, D’Annunzio o anche solo De Felice, insegnati nelle scuole che avevo frequentato.
Eppure, in due ore sono riuscito finalmente a capire ciò che in molti anni non mi era stato chiaro: cioé che quella gente, così aggressiva, falsamente preparata e massicciamente indottrinata, non era nientaltro che una massa di poveracci, i quali non sapevano con chi prendersela per la loro misera condizione, e nello smarrimento più totale avevano costruito tesi di complotti, le più mirabolanti, pari a quella sionista dei Savi di Sion.
E infine ho capito di essere nel giusto, di essere l’ultimo baluardo contro la presa del potere di gente che condurrebbe la mia Patria alla morte certa, soffocata da un ammasso informe di utopie e ideologie fantastiche, fortunatamente mai applicate in Occidente.
Ho colto il loro egoismo fondamentalista, che non mira in alcun modo a stabilire un sistema migliore, non prende in considerazione l’universo del possibile, ma cerca di applicare, facendo ricorso a teorie vetuste e sconfessate dalla storia, che possano dimostrare la loro superiorità, in spregio di tutti gli altri: poveri uomini e donne alla ricerca di un orgasmo intellettuale interrotto dal sopraggiungere della realtà.
Se anche voi che leggete, ad un certo punto, avete perso la speranza e vi siete arresi al nichilismo imperante e alla prevalenza degli interessi economici sulle vostre idee, posso solo consigliarvi di immergervi in un contesto avverso, non importa di quale orientamento: nel combattere per non essere sopraffatti ritroverete voi stessi, o capirete di essere stati uomini da poco.
Guerra di religione
Il tema è caldo, e da qualche anno, quanto meno in occidente, sembra essere l’argomento primario della maggior parte delle discussioni politiche, sia a Destra come a Sinistra, talora con commistioni di posizioni e travalicamenti di schieramenti di sorta.

José Luis Zapatero: il grande moralizzatore che vorrebbe trasformare la Spagna in uno Stato Ateo
Attraversiamo infatti un momento della nostra storia moderna, a causa di congiunture storiche, politiche e fattuali, che riportano a tempi lontani e dimenticati, sicuramente nella “civile” Europa, che segnano nella guerra tra Cattolici e Anglicani in terra d’Albione l’ultimo ricordo di tale gravità: il radicalismo del “mondo Mussulmano”, che ha condotto al tragico 11 Settembre 2001, “data che rimarrà segnata nella storia col marchio d’infamia”, e la crisi economica, seguita alla delocalizzazione della produzione industriale (alla ricerca di un maggior risparmio nel processo concorrenziale di massa), aggravata dai mezzi finanziari creativi, risultati “tossici” e cancerosi per chi ne aveva fatto uso.

Ayman Al-Zawahiri durante il processo per l'omicidio di Sadat
Come in ogni rissa di strada (chi, come me, ne ha tristi segni sul corpo può capirne le dinamiche), succede sempre che un terzo s’immetta nello scontro, spesso facendone le spese maggiori, nonostante le buone intenzioni: è proprio di quest’ultimo che voglio parlare in questa sede (a dispetto della lunga introduzione).

Paul Wolfowitz, il falco dei Neo-Con che per decenni ha funto da ideologo in capo dei Neo-Con
Sebbene molti retoricamente ricordano l’emigrazione italiana in varie nazioni del mondo al principio del secolo scorso, adducendo ad esempio le miserrime condizioni di vita a cui essi furono obbligati dalle popolazioni ospitanti, ci si dimentica sempre (forse volutamente) di sottolineare come tali Paesi meta dei viaggi della speranza italici fossero anch’essi appartenenti a quell’alveo cultural-religioso europeo, che Inglesi, Spagnoli e Portoghesi avevano esportato con la forza nei secoli antecedenti (si ricordi l’Argentina, il Brasile, gli Stati Uniti d’America o l’Australia).
L’Invidia
Molti peccati capitali ho compiuto nella mia vita: probabilmente tutti e sette. Non posso negare che, al di là della lussuria che non disprezzo, la gola è il mio preferito e quello nel quale più di tutti ho indulto: la gratificazione ottenuta dall’assaporare il gusto di un prelibato manicaretto è difficilmente paragonabile ad altri piaceri della vita. La mia fortuna è quella di non essere cattolico e i patimenti infiniti dell’Inferno mi saranno risparmiati.
Ad ogni modo, nonostante la mia predilizione tra i sette per il secondo, quello che più di sovente ho iniziato a provare, con sempre maggiore costanza, è il sesto: l’invidia.
Molte persone di mia conoscenza praticano questo peccato ogni giorno, più volte e più fortemente di quanto io stesso ne sarei capace, probabilmente a causa (o per grazia) della felice condizione sociale nella quale sono nato e ho vissuto sino ad ora, fomentata dal sistema pubblicitario che crea artefattamente bisogni e necessità del futile (e poco vale ricordare l’aforisma del beneamato Oscar “Posso fare a meno di tutto, fuorché del superfluo“).
Vorrei anche io poter provare quel tipo di superficiale invidia, che facilmente potrei tacitare immediatamente con l’acquisto di un oggetto, un ninnolo: un piccolo esborso di danaro e il sentimento, corrosivo, sarebbe svanito.
Purtroppo no, amici miei: invidio ciò che difficilmente otterrò mai, non essendo l’oggetto della mia invidia, atavica e assetante, acquistabile presso un negozio e nemmeno, qualora avessi le disponibillità del Re del Siam (il mitico possessore di palazzi d’oro massiccio e di ogni ricchezza neppure lontanamente immaginabile), in ogni modo ottenibile dietro pagamento di alcuna somma.
Invidio a tutti gli altri popoli europei, e a molti dell’Italia stessa, l’essere padroni di una terra, una civitas collettiva responsabile, un sistema comune non egoistico né tirannico.
Dopo l’ampia premessa, immagino che molti di coloro che leggono a questo punto avranno sussultato e forse avranno smesso la lettura. Ma alcuni di voi, coloro i quali provano lo stesso mio sentimento, hanno la mia stessa Sicula origine, mi avranno compreso e a loro intendo rivolgermi.
Come molti, troppi, siciliani sono stato costretto anni fa a lasciare Palermo, verso altre città italiane (Milano, Bologna e Firenze) o europee (Bruxelles e Lussemburgo): ho avuto modo di dirlo in passato. Per quanto abbia amato alcune di queste (in particolare Bologna e Lussemburgo), goduto della grande organizzazione, condizioni lavorative ottimali, servizi efficienti e altro ancora, che occuperebbe pagine intere nella descrizione, sento sempre, come ogni emigrante (quanto meno, quanto ogni emigrante siciliano) la mancanza della mia terra, degli amici lasciati a Palermo, e anche delle banalità alle quali ero stato abituato.
Invidio quindi tutti coloro i quali sono nati, e hanno il grande lusso e beneficio di potere vivere ancora, nelle proprie città, uscire la sera con gli amici di gioventù, godere delle banalità alle quali erano abituati sin dall’infanzia, felici di potere compiere le proprie aspirazioni professionali, coccolati da un sistema che lo permette e lo stimola.
Sfortunatamente. sono nato in una terra che ormai da secoli ha subito privazioni, soprusi e usurpazioni, al punto tale che i suoi stessi abitanti hanno accettato la situazione di sottomissione e la condizione servile, al punto da farsi essi stessi (quanto meno parte di essi) oppressori, affamatori e predoni, alla costante ricerca di quel benessere personale, che con altro mezzo non avrebbero potuto raggiungere.
Dilungarmi su questi personaggi non è il mio obiettivo in questo momento, poiché ampiamente ne ho trattato in passato: mi preme solo constatare la rassegnazione e disperazione di cui anch’essi, per quanto ironico e paradossale questo possa suonare.
Non esiste, infatti, nell’animo di nessun siciliano che conosca la convinzione che si possa essere più di quel che si è: sottosviluppati, ignoranti e oppressi, per lo più. La prospettiva, la speranza, la fede, componenti che portano un popolo, ma anche un singolo essere umano, a vincere asperità e privazioni, pianificando strategie d’azione e piani di lotta, hanno abbandonato la Sicilia da molto tempo ormai: ognuno sgomita per quel tozzo di pane in terra, nella convinzione che l’indomani non troverà, o non avrà le capacità per procurarsi, il cibo da mettere in tavola.
Così i politici, nuova classe nobiliare isolana, speculano sulla disperazione del popolo, promettendo impieghi statali, regionali o comunali, in cambio dell’unica libertà ad esso rimasta (la libera espressione della propria ideologia politica): non vi è alcuna differenza, in questo caso come in molti altri, tra un partito o l’altro.
E ancora invidio quelle comunità, in Italia come all’estero, che esprimono il loro consenso ad amministratori pubblici unicamente in base alla soddisfazione per il loro operato, e non a causa della paura della perdita dell’impiego da quattro soldi e nessuna utilità, ovvero della speranza di riceverne uno: come ho potuto sperimentare, infatti, i membri di quelle comunità sono sempre più ricchi (economicamente, almeno), più felici e non sono costretti ad inseguire i propri sogni lontani dalla propria terra.
Vorrei tanto potermela prendere con qualcuno in particolare, un responsabile della situazione attuale, additandolo a unico colpevole, tolto il quale tutto verrebbe risolto: purtroppo questi sono espedienti demagogici tipici, valevoli per un Candido, il quale ignori la reale natura dei problemi e voglia trovare una ricetta veloce e sbrigativa.
Invece, ahimè, sono costretto a constatare il comune problema dato dallo stato del Siciliano: nessuna sorpresa che il vituperato Salvatore Cuffaro abbia guadagnato consenso oltre ogni immaginazione a seguito alle voci, secondo i suoi oppositori infamanti e danneggiatrici, della sua contiguità a varie famiglie mafiose; il mafioso infatti è considerato qualcuno che realmente può qualche cosa in Sicilia, il quale nel quartiere o nella borgata promette un lavoro al fratello di Caio, alle moglie di Tizio e manovra con i politici, per fare aprire il cordone della borsa pubblica e concretamente rendere reali le promesse fatte. Molti politicanti, senza capacità specifiche, ma con molta faccia tosta e niente da perdere promettono la Luna e il Sole, senza mai far seguito alle proprie promesse: un mafioso sì e un politico mafioso è sicuramente più affidabile di un semplice ragazzotto, che pur promette le stesse cose.
Non invidiereste anche voi, foste me, qualunque altra società che non sia così miope? Alla ricerca del vantaggio personale immediato e di un’effimera prossima ricchezza, si tralascia il vantaggio collettivo futuro e una maggiore ricchezza personale (la gallina del domani, sacrificata per friggere un uovo al tegamino oggi).
Lasciatemi invidiare allora gli abitanti del Veneto o del Friuli, oltre tutte le differenze culturali e umane, al di là gli appunti che possa muovere loro in molti ambiti, i quali, quando in Sicilia i Florio, i Lanza o i Briuccia siedevano alla tavola degli uomini più potenti d’Europa e i letterati forgiavano la cultura continentale, morivano nelle risaie e difficilemtne coltivavano morsi di terra che non tenevano il confronto con le ricche distese di grano e cereali siciliane (”oh Sicilia, granaio d’Italia!” a un certo punto ebbe a dire un celebre Cavaliere). Eppure senza soprusi gli uni sugli altri, con spirito collaborativo e animati dalla fede in un futuro migliore, oggi possono dirsi ricchi e felici, laddove noi Siciliani, impoveriti e scoraggiati, siamo costretti a invadere il mondo, quando vorremmo solo stare a casa nostra.